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La parola è quanto di meglio l’uomo sappia fare

Benjamin Lee Whorf 

Questo sito si occupa, tra l’altro, di un metodo di ricerca socio-antropologica: l’Etnografia del Pensiero. Lo sperimento personalmente da circa dodici anni. Ma che cosa significa esattamente?

Se “pensiero” è un concetto chiaro a tutti ed “etnografia” (dal greco: ethnos (έθνος) – “popolo”, e grapho (γράφω) – “scrivo”, letteralmente “scrivere di popolazioni”), rappresenta principalmente un metodo per le ricerche sul campo nelle scienze antropologiche e sociali, più complicato è spiegare cosa si intende con Etnografia del Pensiero. Con le dovute citazioni e ispirazioni, in questo ed alcuni articoli successivi, darò la mia personale visione di Etnografia del Pensiero, fermo restando che essa può essere fatta, e intesa, anche in modi completamente diversi.

Riprendendo la definizione etimologica di etnografia, “scrivere (grapho) di popolazioni (ethnos)”, partiamo dal rapporto tra Etnografia del Pensiero e quel che viene scritto, ovvero le parole, la base di ogni linguaggio. Premetto che, se per etnografia in generale si intende un metodo per le ricerche sul campo (antropologiche e/o sociali), con Etnografia del Pensiero mi riferisco a un metodo che ha la peculiarità di voler anche affrontare i problemi sociali, non solo raccogliere dati e informazioni per eventuali successivi studi antropologici e considerazioni sociologiche. Etnografia del Pensiero.Ipotesi e Ricerche

Questo è stato il mio punto di vista sin da quando ho partecipato alla nascita di un Gruppo di Ricerca di Etnografia del Pensiero (GREP) presso l’Università di Bologna nel 2004, su iniziativa del Prof. Valerio Romitelli. Negli anni che sono seguiti, io e i miei colleghi del GREP, abbiamo realizzato diverse inchieste i cui risultati sono stati pubblicati in vari testi, tra i quali “Etnografia del Pensiero” e “Fuori dalla società della conoscenza”, in cui è possibile approfondire in modo molto più esaustivo e scientifico i presupposti e i fini di questo tipo di etnografia.

Ora, a proposito di “affrontare i problemi sociali”, vorrei partire dalle parole di un’importante studiosa dei servizi sociali, Franca Olivetti Manoukian che, in un suo testo del 1998, scriveva:

Per affrontare i problemi sociali non possiamo fare a meno di ascoltare o riascoltare chi li vive o li tratta, chi li incontra più da vicino. Ascoltare non vuol dire raccogliere opinioni attraverso un questionario o ricevere l’esposto con un certo numero di firme o registrare le richieste delle famiglie di un quartiere, ecc. Si tratta piuttosto di prendere seriamente in considerazioni i modi in cui vengono presentati i problemi, prenderli per poter comprenderli, riservando spazi e tempi per questo. 

Ascoltare, prendendo seriamente in considerazione, significa prendersi spazi e tempi per comprendere il pensiero di un gruppo, di una popolazione. Pensiero che si esprime attraverso le parole. Per questo un’Etnografia del Pensiero deve concentrarsi prima di tutto sul linguaggio, considerandone la sua importanza radicale, specialmente se si vuole seguire la cosiddetta “ipotesi Sapir-Whorf”.[1] Il suo contenuto rappresenta una sorta di “nuovo principio di relatività” per cui

osservatori diversi, di fronte agli stessi fatti fisici, non giungono ad una stessa immagine dell’universo,  a meno che non abbiano simili retroterra linguistici.

Questa ipotesi, forse per la prima volta nelle scienze sociali, esclude decisamente la pretesa di qualsiasi linguaggio di valere in assoluto, a priori, tanto per i fenomeni naturali quanto per la molteplicità dei linguaggi. Ciò non significa escludere nuovi possibili incontri tra i diversi linguaggi e i modi di pensare da essi condizionati. Anzi, volendo restare fedeli a tale principio per cui il pensiero dipende dal linguaggio e non viceversa, il punto è capire come un ricercatore deve misurarsi con la difficoltà di fare una ricerca a partire da un linguaggio diverso dal suo.

CliffordFuori dalla Società della Conoscenza Geertz, uno dei pilastri dell’antropologia mondiale, nella sua antropologia interpretativa[2] propone una soluzione. Per lui occorre “tradurre” il linguaggio della popolazione studiata in quellodel ricercatore che la studia. Ciò comporta che il ricercatore debba “interpretare” il linguaggio della popolazione studiata al fine di tradurlo. Ma quanto di un linguaggio tradotto può restare nel meta-linguaggio in cui è tradotto?[3]

Un linguaggio tradotto si può dire, infatti, che venga ridotto ad un “linguaggio oggetto” da parte del linguaggio o, meglio, metalinguaggio in cui viene tradotto. In un saggio del 1982, “The Way We Think Now: Toward an Ethnography of Modern Thought (Il modo in cui oggi pensiamo: verso un’Etnografia del Pensiero moderno),[4] lo stesso Geertz dà una risposta a questo problema. La soluzione starebbe nel pensiero stesso o, più precisamente, nelle ricerche novecentesche che ne hanno individuato un nucleo fondamentale originario (la psicanalisi inaugurata da Sigmund Freud e la grammatica generativa di Noam Chomsky. Nella prospettiva di questa proposta, la possibilità d’incontro, interpretazione e traduzione tra linguaggi diversi dipenderebbe da una facoltà essenziale del pensare per cui, anche tra gli individui più diversi, ci si riesce comunque ad intendere.

Ma il ricorso a categorie come “traduzione” e “interpretazione” operato da Geertz rischia di ricadere nella tradizionale idea dell’anteriorità del pensiero rispetto al linguaggio (ovvero che il linguaggio dipenda dal pensiero) superata dall’ipotesi Sapir-Whorf, secondo cui sarebbe invece il pensiero ad essere condizionato dalle parole, cioè dal linguaggio utilizzato da una popolazione.

Nell’Etnografia del Pensiero che ho sperimentato in questi anni, invece, il ricercatore dà la priorità alla potenza significante insita nelle parole rispetto alle regole discorsive presenti tra i significati delle parole. Tutto è affidato alla potenza delle parole e delle loro concatenazioni significanti. Su questa base si può tentare di eliminare ogni differenza insormontabile tra il linguaggio di chi indaga e quello delle popolazioni oggetto d’indagine. In questo modo le questioni d’interpretazione e traduzione non sono più cruciali, perché non occorre alcuna traduzione in alcun metalinguaggio.

Per intendere cosa significhi la potenza significante della parola può essere utile l’esempio della poesia. In effetti, ho sperimentato più volte come, per conoscere la realtà sociale attraverso ciò che dicono i soggetti incontrati, risulti molto utile leggere e pensare i loro enunciati come un testo poetico, non solo come una narrazione.

Una poesia intensa, infatti, non perde il proprio contenuto artistico, pur passando tra lingue diverse. Certo, ciò può avvenire solo se il traduttore riesce a intercettare l’ispirazione del poeta, facendosi “trasportare” e prendendosi le sue responsabilità nel renderla. Anche forzando, eventualmente, i rapporti tra i significati letterali delle parole. Non occorre necessariamente concentrarsi sulla logica discorsiva che tiene insieme i significati delle parole o sulla coerenza, ma su quanto diano da pensare le parole stesse, le frasi o i frammenti di discorsi. Presi in quanto tali, nella loro potenza significante. Così si può cercare di “pensare un pensiero”, per incontrare la realtà che sta tra le sue parole. Si pensi a una poesia riscritta in un’altra lingua. Una “corretta” traduzione o interpretazione risultano aspetti marginali, tecnici.[5] 

Interessa quasi esclusivamente se chi la riscrive è riuscito a trovare parole che restituiscano una potenza simile a quelle usate nella lingua originale. Tutto ciò è reso bene dall’espressione “molteplicità omogenea”, utilizzata dall’antropologo francese Sylvain Lazarus:

il linguaggio considerato come una molteplicità differenziata, infinitamente differenziata, ma fondamentalmente omogenea, ovvero una molteplicità originata e attivata dalla stessa risorsa, quella delle parole, della capacità significante delle parole.[6]  

Proprio dall’ “antropologia delle singolarità soggettive”[7] proposta dallo stesso Lazarus prendono in parte ispirazione alcune ipotesi di fondo dell’Etnografia del Pensiero, quelle di cui parliamo nel prossimo articolo. 

Intanto, puoi dirmi cosa pensi di questo primo articolo.

Domande, critiche, perplessità…? Lascia un commento qui sotto.

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[1] I principali testi di riferimento a riguardo sono: E. Sapir Language: an Introduction to the Study of Speech, 1921 e B. L. Whorf, Language Thought and Reality: Selected Writings of Benjamin Lee Whorf, Boston, 1956

[2] A proposito deli’ “antropologia interpretativa” di Geertz, si veda l’omonima raccolta Antropologia interpretativa, Bologna, Il Mulino 1988.

[3] In effetti è proprio questo il termine utilizzato per esprimere tale concetto nella linguistica, per esempio, di Louis Hjelmslev nel suo Essais linguistiques, Copenaghen: Nordisk Sprog, 1959

[4] Geertz C.The Way We Think Now: Toward an Ethnography of Modern Thought, Bulletin of the American Academy of Arts and Sciences, 35, No. 5, Feb. 1982

[5] In campo prettamente filosofico simili considerazioni sono rintracciabili nell’opera di A. Badiou, in particolare Philosophie et poésie in Conditions, Paris 1992

[6] Si tratta di una categoria proposta dall’”Antropologia del Nome”, di Sylvain Lazarus, nel suo omonimo testo Anthropologie du nom, Paris, Seuil 1996.

[7] Oltre a Antropologie du nom. Sull’antropologia delle singolarità soggettive si può consultare anche la raccolta di saggi, curata dallo stesso Lazarus per il volume n. 3/2001 della rivista “Ethnologie française”, Anthropologie ouvrière et enquêtes d’usine: état des lieux et problématique.

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