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Dopo un primo articolo sull’importanza del linguaggio ed uno sulle sue ipotesi di fondo, eccoci ad una terza puntata sull’Etnografia del Pensiero. In questo caso ci concentriamo sulle “interviste in profondità”, il principale strumento d’indagine utilizzato in questo metodo. Quali sono le particolarità e come vanno condotte e gestite le interviste nell’Etnografia del Pensiero? Te lo spiego in questo articolo…

intervisteDopo un primo articolo sull’importanza del linguaggio ed un secondo sulle sue ipotesi di fondo, eccoci ad una terza puntata sull’Etnografia del Pensiero.
In questo caso ci concentriamo su uno degli strumenti più utilizzati in campo etnografico: l’intervista. Per l’Etnografia del Pensiero le “interviste in profondità” sono praticamente il principale strumento d’indagine, soprattutto se realizzate all’interno della stessa realtà indagata (quello che, nel precedente articolo, abbiamo definito un “luogo di pensiero”), in quanto permettono una concentrazione massima sulle parole più utilizzate in rapporto a quel contesto.

La gran parte del materiale raccolto “sul campo” di ricerca viene quindi da una serie di interviste in profondità, sviluppate su una “traccia” di questionario stabilita precedentemente. Se volessimo dare una definizione potremmo dire che si tratta di un questionario semi strutturato a risposta aperta con una traccia base uguale per tutti gli intervistati. Chiaramente per ogni inchiesta viene elaborato un questionario ad hoc. E se in una stessa inchiesta vi sono diverse categorie di intervistati, anche le relative tracce di questionario risultano differenti.

Questa traccia di domande da seguire è formulata in modo da essere passibile di rilanci, così da costituire una sorta di “guida” per l’intervista. Una delle sfide maggiori nella costruzione di questa guida sta nel concepire le domande in modo da rendere l’intervista articolata ma non dispersiva, con lo scopo di portare a delle risposte il più possibile chiare che, al contempo, non siano sintetiche o poco esaustive. Le prime interviste effettuate, spesso, permettono anche di “testare” questa tracia di questionario. Dopo le prime interviste, infatti, nulla vieta di riprendere in mano la traccia costruita e provare a ri-ragionarla e ri-tararla alla luce delle indicazioni raccolte e dei primi risultati ottenuti.

L’intervista vera e propria si configura come un colloquio in cui l’intervistato a un ritmo tale da permettere la trascrizione integrale delle risposte. È consigliabile iniziarla con una presentazione in cui si spiega il modo in cui verrà condotta e si ribadisce l’obiettivo della ricerca. Obiettivo che, comunque, deve essere già stato comunicato in precedenza all’intervistato (tramite avvisi, lettere, comunicazioni di diverso tipo in base al luogo d’indagine) perché egli possa aver dato la sua disponibilità.

Il presupposto dell’intervista è che si realizzi un vero incontro tra le due soggettività coinvolte: l’intervistato e l’intervistatore/ricercatore, il quale si assume la responsabilità della riuscita dell’incontro stesso, inteso come incontro tra due pensieri.

Un incontro attraverso cui il ricercatore si impegna a pensare il pensiero di coloro su cui indaga, con la convinzione che la realtà sociale non sia qualcosa di oggettivo da “scovare” nei discorsi della gente, ma che possa invece scaturire solo dal rapporto col suo pensiero (ne abbiamo parlato nell’articolo sulle ipotesi di base). Un pensiero indagabile solo avendo la massima fiducia nelle parole e scommettendo che alcune di esse possano essere più importanti di altre. Ciò sempre nella convinzione che siano le parole stesse a riempire di significato la realtà, piuttosto che “il discorso” o la sintassi che le lega.
L’Etnografia del Pensiero evita di concentrarsi troppo anche su eventuali “codici paralinguistici” o qualunque “metasegno”, (come tono di voce o gestualità) e di darne delle interpretazioni che possono anche risultare fuorvianti. Per questo motivo, durante le interviste, non viene generalmente utilizzato alcun supporto tecnico per la registrazione, come il magnetofono o la videocamera. La trascrizione delle risposte avviene immediatamente e manualmente, su carta o notebook. Per quanto questo aspetto tecnico possa generare perplessità, l’esperienza ha confermato una sua qualità non sottovalutabile: dovendo trascrivere tutto “a mano” si investe l’intervistato della massima responsabilità per le parole che usa, lo si invita a rilasciare delle vere e proprie “dichiarazioni”. A volte, invece, strumenti tecnici più agevoli come il registratore magnetico, rischiano di creare un’aria d’informalità contraria alla serietà e alla profondità auspicate in questo genere d’intervista. La presenza di un registratore o, ancor più, videocamera può facilmente intimidire alcuni o esaltare eccessivamente altri, producendo effetti che possono anche alterare i risultati dell’operazione. Ciò non succede solo nelle interviste vis à vis ma, come afferma Lucia Zammuner, anche all’interno di altri metodi quali ad esempio i focus groups: [1]

La presenza del registratore e dei microfoni può a volte inibire il gruppo, o qualcuno dei partecipanti, soprattutto all’inizio della sessione; è buona norma che il moderatore spieghi la presenza di questi strumenti prima dell’inizio della conversazione per tranquillizzare i partecipanti.

L’assenza di un registratore ha anche l’intento di creare una sorta, oserei dire, di “tensione positiva” o di “dimensione di attesa”. Si aspetta che l’intervistato pensi con calma, prendendosi tutto il tempo che ritiene necessario. A volte possono capitare anche dei lunghi silenzi prima di “registrare manualmente” un enunciato o una risposta. Non a caso, durante le interviste, ricorrono spesso frasi come “…ecco! Questo è quello che volevo dire”, a testimoniare il tempo che l’intervistato ha impiegato a riflettere per cercare di trovare le parole che meglio si adattano a descrivere il concetto che vuole esprimere.

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Un altro motivo per cui è preferibile la grande fatica (diciamolo pure!) di trascrivere tutto manualmente, piuttosto che registrare o filmare la conversazione è che, nel secondo caso, oltre a introdurre possibili “elementi disturbanti” nel corso dell’intervista, non si eliminano le difficoltà connesse alla successiva trascrizione di quanto l’intervistato “ha detto” o “ha voluto dire”. Cioè, possiamo essere certi di non avere distorsioni dell’interpretazione ascoltando la registrazione in un momento successivo? Al contrario, trascrivere immediatamente e il più fedelmente possibile, consente di porre domande in merito alla comprensione delle parole utilizzate, limitando così al massimo possibili equivoci o distorsioni (si pensi, ad esempio, ad interviste he non possono essere condotte nella lingua madre dell’intervistato o del ricercatore, o svolte in luoghi non particolarmente silenziosi). Condurre le interviste in questo modo, seppur molto faticoso rispetto a interviste con utilizzo di registratore, significa anche ottenere del materiale di studio utilizzabile da subito, il che può comportare anche una significativa riduzione dei tempi di realizzazione della ricerca, aspetto di non poco conto soprattutto nel caso di ricerche commissionate da enti privati o al di fuori del contesto accademico.

Chiaramente, trascrivere tutto a mano durante l’intervista, può comportare “cali di attenzione” causati dalla fatica. Per limitarli al massimo è consigliabile effettuare l’intervista (e la trascrizione) in due o più ricercatori, così da ottenere un controllo pressoché totale su quanto percepito, compreso, scritto da ognuno di loro. Proprio perché non ci interessa “strappare” informazioni (come si direbbe in gergo giornalistico) ma solo quanto gli intervistati effettivamente pensano e ritengono opportuno dire, è utile prevedere la possibilità che l’intervistato possa voler interrompere in qualunque momento e per qualunque motivo, senza doverci alcuna spiegazione. Informarlo di questa possibilità l’intervista, oltre che di poter sempre cambiare, modificare o revocare quanto detto, può contribuire anche a creare un clima disteso e di fiducia reciproca che non guasta affatto per la buona riuscita dell’ “incontro tra due pensieri”. Probabilmente è anche grazie a queste “rassicurazioni” iniziali che non è praticamente mai capitato, né a me né ai colleghi del gruppo di ricerca di Etnografia del Pensiero, di vedere qualche intervistato voler volontariamente interrompere prima della conclusione.

Rispetto ai tempi dell’intervista è facile intuire una serie pressoché infinita di fattori che ne possono determinare la durata. Da quelli legati alla propria bravura di intervistatori/trascrittori, a quelli relativi alla “collaborazione” dell’intervistato (ritmo dell’eloquio, chiarezza dell’esposizione, ecc…), fino a quelli legati a tutte le possibili interruzioni e/o distrazioni causate dal contesto in cui ci troviamo. In generale l’esperienza ha mostrato che, in meno di un’ora/un’ora e mezza, è difficile raggiungere la “profondità” auspicata e ricavare del materiale molto significativo. Ma spesso un’intervista può durare anche molto di più. In ogni caso, anche se dipende fortemente dal contesto, superare le due ore spesso può significare approfittare della pazienza dell’intervistato ed un intervistato “stufo di essere lì” è assolutamente controproducente per i risultati che ci poniamo.

Abbiamo detto che il questionario serve da “guida” per l’intervista. Il suo scopo primario è utilizzarlo come strumento che renda confrontabile ogni intervista con le altre. Per questo è utile fare attenzione a non “consegnarlo” all’intervistato, in modo che sia l’intervistatore a porre le domande, cercando di “muoversi” all’interno del questionario a seconda delle risposte ricevute di volta in volta. A volte, infatti, gli intervistati possono aver già risposto a domande che avevamo previsto più avanti. Altre volte può essere utile riformulare più volte una stessa domanda se si ritiene la risposta poco esauriente o vi è il dubbio che la domanda non sia stata ben compresa.

Seguire queste indicazioni permette di ottenere una grande quantità di “dati” (mediamente un’intervista di questo tipo consta di circa 10 cartelle standard dattiloscritte). Questi dati sono confrontabili con quelli dell’intero campione di soggetti intervistati e, allo stesso tempo, contengono dati molto personali, “singolari” (come propositi, giudizi, enunciati) che risultano essere sempre pertinenti e rilevanti in rapporto al luogo o all’esperienza indagata, in quanto contengono necessariamente un rapporto con esso. Sono questi “dati”  (che solitamente corrispondono a un totale di circa 150/200 cartelle standard dattiloscritte) a rappresentare la scommessa, la posta in gioco della ricerca, la gran parte del materiale su cui si basa la successiva fase di ricerca, l’analisi dei contenuti, ovvero l’argomento del prossimo articolo.

E tu? Cosa pensi di questo tipo di intervista? Hai mai provato qualcosa di simile? Ti piacerebbe fare una prova? Se ti può interessare scrivimelo nei commenti sotto E… se può interessare altri, perchè non condividere? Grazie!

[1]    Zammuner, Vanda Lucia, I Focus Group, Il Mulino, Bologna, maggio 2003.

 

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