fbpx
Seleziona una pagina

Il pensiero costituisce la grandezza dell’uomo

BLAISE PASCAL

In un precedente articolo sull’Etnografia del Pensiero abbiamo cercato di comprendere come, e in che senso, le parole siano un aspetto essenziale di questo tipo di approccio alla ricerca sul campo. Altri tratti importanti che lo caratterizzano sono alcune ipotesi di fondo. Nel testo del 2004, Etnografia del pensiero, si parlava in particolare di “quattro ipotesi”, qui ne menzioneremo anche una quinta.

La prima ipotesi da avere presente è che chiunque può pensare. Già all’inizio degli anni ’60 Claude Lévi-Strauss nel suo Il pensiero selvaggio[1] chiariva come proprio tutti gli esseri umani pensino, compresi quelli che allora venivano definiti “selvaggi”. Il suo contributo fu decisivo per abbandonare l’idea che vi fossero differenze sostanziali nelle facoltà intellettive e nelle capacità riflessive tra le società umane. Tuttavia, ancora oggi, non appare del tutto evidente che anche chi compie lavori essenzialmente esecutivi o non ha titoli per prendere decisioni sulla propria condizione lavorativa può sempre, comunque, pensare. Che anche chi “subisce” le decisioni altrui, chi fruisce di un servizio in qualità di utente, o non ha alcun sapere specifico per prendere decisioni su di esso, ha la stessa identica possibilità di pensare. Fare Etnografia del Pensiero vuol dire credere massimamente nelle possibilità di pensiero di quanti vivono semplicemente o rendono possibile un luogo, una situazione, un’esperienza, prima che in quelle di chi ha il sapere e il potere per essere considerato “esperto” di quanto si vuole indagare. Personalmente, pur ritenendo scontato che chiunque possa pensare, devo ammettere che, nelle mie esperienze sul campo, sono spesso rimasto stupito di quanto, persone che magari hanno a che fare da anni o quotidianamente con la realtà sociale oggetto della ricerca, si meraviglino di essere lungamente intervistate solo perché non ricoprono ruoli di responsabilità o di rilievo. Alcune interviste cominciano proprio con espressioni come “Siete sicuri di voler intervistare proprio me?” o “Spero di essere in grado di rispondere…”. Allo stesso tempo alcuni soggetti con ruoli di responsabilità non si sentono mai abbastanza interpellati o si stupiscono (se non, a volte, indispettiscono) che vengano intervistate persone che non ricoprono ruoli di rilievo, senza il sapere specifico o i “titoli” per parlare di quella realtà sociale.

Una seconda ipotesi da considerare è che, per conoscere la realtà sociale, occorre pensare il pensiero altrui. Ciò significa ammettere che non esiste la realtà sociale “a prescindere”, ma che essa sia sempre la risultante di un rapporto tra pensieri. Ovvero, nel caso della ricerca, non si può definire “realtà sociale” qualcosa che esiste prima e a prescindere dal ricercatore, ma piuttosto quello che risulta dal contatto, dall’incontro tra il ricercatore e quella realtà. Quale ricercatore potrebbe studiare una realtà sociale senza entrarvi minimamente in contatto e, in qualche modo, influenzandola? Se nel precedente articolo sull’Etnografia del Pensiero abbiamo fatto riferimento alla poesia per spiegare l’importanza della “potenza significante delle parole”, in questo caso può essere utile il ricorso alla fotografia. Facciamo un esempio pratico per “visualizzare” questo concetto. Un’immagine viene scattata attraverso un “obiettivo”, il quale dovrebbe costituire, almeno teoricamente, la garanzia di un risultato quanto mai “oggettivo”. Ma lo stes
so obiettivo, se utilizzato da due fotografi differenti, produce due immagini diverse, pur dello stesso oggetto. Ciò indica come l’immagine di un oggetto fotografato non sia un dato oggettivo, bensì il risultato di un rapporto fra un certo soggetto e un certo fotografo provvisto del suo personale modo di “inquadrare”. Un risultato, dunque, soggettivo. Il risultato di un rapporto a due. Proprio come quello tra ricercatore e realtà sociale. Sempre soggettivo. Con buona pace di frasi come “se l’hanno detto gli intervistati è oggettivamente così”. Dipende sempre da come e cosa il ricercatore ha scelto di chiedere.

Una terza ipotesi consiste nel distinguere sempre due realtà sociali: quella governata da un qualche potere e quella che è resa possibile da chi non ha potere (o sapere). Questo significa considerare che in una realtà sociale, pur con milioni di possibili “sfumature”, esiste sempre chi “governa” (nel senso che prende delle decisioni su qualcun altro) e chi è “governato” (ovvero “subisce” decisioni di altri). Il livello di chi governa e quello di chi è governato possono essere più o meno vicini, ma non coincidono mai completamente. Anzi, in alcuni campi sono molto distanti. Si pensi alle esponenziali differenze di stipendi tra manager ed impiegati degli ultimi anni, specie nel settore finanziario. Per conoscere la realtà sociale occorre innanzitutto pensare il pensiero di chi la rende possibile, cioè di chi è governato, nel senso
che ha poco o ha meno potere decisionale sulla sua situazione, essendo le decisioni prese da altri. Questa ipotesi, chiaramente, è sempre relativa ad ogni realtà sociale, nel senso che, se in un determinato contesto qualcuno si trova soprattutto a subire decisioni (ad esempio un operaio nel contesto di una fabbrica) nulla toglie che, in altri contesti, egli potrà probabilmente avere il sapere o il potere di governare la situazione (fuori dalla fabbrica il nostro operaio può decidere delle scelte relative alla sua famiglia, trovarsi a prendere decisioni da leader di un sindacato ecc…)

Una quarta ipotesi da seguire è credere che sia possibile conoscere la realtà sociale evitando ognilinguaggio da specialisti”. Evitare i metalinguaggi propri delle scienze sociali durante le fasi di inchiesta rappresenta una condizione necessaria per porsi sullo stesso piano di chi non ha un sapere specialistico. Utilizzare un linguaggio da esperti ostacola la possibilità di “far parlare” il pensiero di chiunque. Ciò non significa, però, che il ricercatore sociale debba rinunciare ad ogni suo sapere, anzi. Occorre che semplicemente eviti di irrigidirlo in definizioni e modelli tecnici, che finiscono per diventare un metalinguaggio ai più incomprensibile. Questa è un’ipotesi che occorre tenere presente, per esempio, durante le interviste, o in generale nella concezione delle domande rivolte ai soggetti che indaghiamo, evitando l’utilizzo di categorie che fanno parte prettamente del gergo antropologico e scientifico per non creare difficoltà, blocchi o spostare l’attenzione dalle parole e gli enunciati che non sono propri della realtà indagata.

Una quinta, ed ultima, ipotesi da formulare nell’Etnografia del Pensiero può essere questa: che “il sociale si dà per luoghi”. Nel senso che questo tipo di etnografia studia il sociale sempre in riferimento a dei luoghi. Volendo seguire il modo in cui Franco La Cecla spiega il concetto di “mente locale” nel suo omonimo testo,[2] potremmo dire che l’Etnografia del Pensiero è un metodo adatto ad una “realtà spazializzata”:

Il nostro intelletto è abituato ad avere a che fare, in primo luogo, con lo spazio e si muove con estrema facilità in questo mezzo. Da qui viene che il linguaggio stesso diventa spazializzato e poiché la realtà è rappresentata dal linguaggio, la realtà tende ad essere spazializzata. 

Questo “ancoraggio” ai luoghi ha l’intento di non focalizzare l’attenzione principalmente sulle “storie” (come avviene per molta etnografia che si occupa proprio di “storie di vita”) dei soggetti indagati e dunque su una loro eventuale “evoluzione”. L’Etnografia del Pensiero prova in certo senso a “sospendere” il tempo, per non fare riferimento ad alcuna logica ad esso riconducibile. La realtà sociale presa in esame è quella che si dà all’interno di luoghi collettivi e che è esperita, detta e pensata da chi la rende possibile. Il tempo, le distinzioni tra un “prima” e un “poi”, tra un passato e un avvenire, non sono presi in considerazione a priori, ma valgono solo se ricorrono nelle parole usate nel corso delle interviste.

I luoghi di lavoro o di erogazione di servizi vengono studiati come luoghi essenzialmente fuori da ogni logica storica o evolutiva. Sono essenzialmente da pensare come luoghi di pensiero. Il che ovviamente non implica una pura e semplice negazione di ogni tendenza globale del divenire del mondo, anzi. Serve però a evitare di comprendere tali tendenze come se rispondessero necessariamente a una logica o a una dialettica universale. Come afferma un vecchio detto latino, secondo il quale non sempre quello che viene dopo (post hoc) è causato da quello che viene prima (propter hoc), così, a volte, tra il “prima” e il “dopo” è opportuno non riconoscere alcun rapporto determinante, alcuna necessità. Tale angolatura consente di non cadere in alcun determinismo storico e/o “evoluzionistico” precostituito. In sintesi, perché abbia un utilizzo proficuo, un lavoro di ricerca ispirato ai metodi dell’ Etnografia del Pensiero, dovrebbe avere come riferimento delle esperienze, degli spazi, dei “luoghi di pensiero”, concentrandosi specialmente sulle parole e il pensiero di chi vi ha ruoli “subordinati” (nelle vesti, per esempio, di lavoratore dipendente, volontario, utente ecc…). Questi luoghi possono essere fabbriche, centri di servizi sociali, associazioni di volontariato, scuole, cooperative sociali, pubbliche amministrazioni o simili, purché al cuore della ricerca vi sia la soggettività di chi rende possibili questi luoghi, studiata attraverso le parole utilizzate per “nominarli”, per parlare di essi.

In questo senso un’etnografia del pensiero non ha un “oggetto” preciso, cioè non inquadra la popolazione da indagare entro qualche definizione a priori, perché occorre che sia possibilmente la stessa popolazione a farci pensare a un suo “oggetto”, non oggettivo perché non scientifico, ma da rendere tale. Anche per questi motivi l’Etnografia del Pensiero utilizza interviste in profondità come strumento principale d’indagine procedendo, nei limiti del possibile, a un campionamento dei soggetti da intervistare solo su base volontaria, così da risultare casuale. Ciò è importante proprio per non incorrere nella tentazione di effettuare alcuna scelta di tipo “classificatorio”, aprioristico, nella definizione della popolazione da indagare. Solitamente, nel caso in cui si presenta un alto numero di soggetti disponibili all’intervista, è consigliabile compiere delle scelte relative a parametri “di base”. Per esempio si può tener conto di dati come la distribuzione percentuale di uomini e donne o delle diverse fasce d’età. Ad esempio, si cerca di evitare che in un luogo di 50 uomini e 50 donne il campione intervistato sia composto prevalentemente di soli uomini o viceversa. Chiaramente, in ogni luogo si presentano parametri basilari completamente differenti (distribuzione età, ruoli, reparti, qualifiche e così via…). Per questo, nei reports di ricerca è sempre opportuno fornire descrizioni dettagliate delle fasi di campionamento e delle scelte operate in base alle diverse inchieste.

Con questa riflessione sui luoghi, abbiamo concluso le ipotesi principali che stanno alla base dell’Etnografia del Pensiero. In un prossimo articolo, invece, vedremo quali possono essere alcune delle fasi principali, i passi concreti da compiere per realizzare una ricerca seguendo questo approccio o, per lo meno, quelli che ho seguito nella maggior parte delle mie “etnografie del pensiero”. Prima, però, mi piacerebbe sapere cosa ne pensi di queste ipotesi. Se hai qualche osservazione, possiamo parlarne nei commenti qui sotto. A presto!

[1] Lévi-Strauss, C. (1964). Il pensiero selvaggio. Milano: Il saggiatore.

[2] La Cecla Franco, Mente locale. Per un’antropologia dell’abitare, Milano, Elèuthera, 1993

Iscriviti alla Newsletter...

Ricevi articoli od opportunità su 

Servizio civile, Esperienze internazionali e Buoni consigli su Antropologia e carriera.

In regalo L'ESTRATTO DI PARTI QUANDO VUOI,

il manuale su come partecipare gratis a

Corsi di formazione, Scambi Internazionali e Viaggi Studio 

 

Iscrizione avvenuta correttamente, grazie!

Iscriviti allaNewsletter

...e scarica subito gli estratti di Parti quando vuoi e di Superare il Colloquio di Servizio Civile!

Hai effettuato l'iscrizione! Controlla la mail.