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Cosa possono avere in comune Antropologia e Design?

Negli ultimi anni mi ritrovo spesso a utilizzare metodi legati al cosiddetto Human-centered Design (HcD). Parliamo di un approccio progettuale che, in italiano, potremmo tradurre con “progettazione basata sulle persone”. Ma cosa sono, più precisamente, Human e/o User-centered Design? Quanto hanno in comune con metodi etnografici e antropologici usati da anni nelle scienze sociali? Credo proprio che Antropologia e Design avranno sempre più relazione in futuro. Ma andiamo per gradi…

Seguendo una delle tante definizioni reperibili sul web,

lo Human-centered Design è un approccio progettuale che mira a coinvolgere e a prendere in considerazione i punti di vista, i bisogni e i desiderata dei destinatari di prodotti e servizi nelle diverse fasi di progetto, in modo da incorporarli precocemente e più efficacemente nel prodotto finito, considerato un approccio ideale per ottenere prodotti/servizi con “elevata usabilità”.

In italiano potremmo tradurlo con “progettazione basata sulle persone” (si, fa molto meno effetto!). Oppure, dal momento che spesso viene considerato sinonimo dello User-centered Design (UcD), potrebbe essere reso con “progettazione basata sull’utente”. Certo, esistono una serie di altre definizioni e approcci affini, spesso considerati sinonimi, che rimandano tutti, o quasi, al più grande filone del cosiddetto User Experience Design (UxD).

Design Thinking,User-centered Design,Service Design Thinking: tutti mettono insieme, in qualche modo, Antropologia e Design

Che riguardi la progettazione di prodotti o servizi (per cui si parla di Design Thinking o Service Design Thinking) piuttosto che di contenuti digitali o per il web (dove sono più noti i Web UxDesigners), la sostanza non cambia. Si tratta comunque di progettare avendo in mente la possibile esperienza che ne avranno/faranno gli utenti. In soldoni, secondo me, è essenzialmente un modo di mettere insieme Antropologia e Design.

Se ti interessa approfondire lo HcD, i riferimenti bibliografici sono moltissimi. Ti basterà fare una semplice ricerca per parole chiave sul web per accorgerti di quanto materiale puoi trovare, soprattutto in inglese. Di sicuro tra i testi che vanno per la maggiore c’è Change by Design di Tim Brown. Un testo che ho personalmente apprezzato è This Is Service Design Thinking di cui puoi leggere un estratto qui (se su smartphone non lo vedi devi spuntare “versione sito desktop” nelle opzioni del browser, oppure aprilo sul pc)

Uno dei portali web di sicuro riferimento mondiale è IDEO.org

Ti consiglio di visitarlo, soprattutto se vuoi farti un’idea dell’utilizzo dello HcD in campo sociale. IDEO offre anche la possibilità di frequentare dei corsi on line gratuiti per provare a testare lo HcD nella propria comunità locale.

ideo-org

Se vuoi vedere cosa può accadere nella pratica e come può essere lavorare con metodi come lo HcD e il Design Thinking in particolare, puoi dare un’occhiata a questo video girato durante un training in Lussemburgo, a cui ho partecipato personalmente qualche anno fa. In quel caso abbiamo provato a ideare soluzioni innovative

  • per la riduzione dei rifiuti “alla fonte” (la “normale” raccolta differenziata in Lussemburgo è già a livelli molto alti)
  • per il miglioramento delle relazioni sociali “reali” (minacciate dalla crescita delle relazioni “virtuali” con le nuove tecnologie) e
  • un centro di servizi pensato per popolazioni di origini molto diverse, come quelle che si trovano in Lussemburgo.

design-thinking

Nel mio piccolo, ho avuto modo di sperimentare questo metodo anche nel mio lavoro in Italia.

In questo articolo puoi vedere un esempio di utilizzo nel  del Servizio Civile, uno dei miei principali  ambiti di lavoro. Si tratta di un caso che ho illustrato durante il Ferrara Sharing Festival, proprio durante un seminario sul Design Thinking.

L’intento di questo articolo non è, però, fornire una descrizione del Design Thinking o dello Human-centered Design. Piuttosto vorrei metterne in luce le possibili affinità con i metodi utilizzati, da tempi immemori, in campo antropologico e sociale, specialmente riguardo l’uso dell’etnografia e dell’osservazione sul campo.

Guardandomi intorno noto che, ad utilizzare HcD e metodi simili o, quantomeno, a farne esplicito riferimento, sono soprattutto professionisti formati nelle “scienze esatte”, come ingegneri, informatici, architetti. Raramente mi è capitato di sentirne parlare tra i miei colleghi antropologi. Eppure esistono realtà molto sensibili al valore “applicativo” dei metodi antropologici, come la Società Italiana di Antropologia Applicata, di cui sono io stesso socio.

In effetti, l’utilizzo di metodi, tecniche, approcci e strumenti caratterizzanti il lavoro di un antropologo, è determinante nello Human-centered Design.

Dando una rapida occhiata a siti come IDEO.org, puoi notare facilmente che i loro metodi di lavoro si basano su almeno tre macro fasi: Inspiration, Ideation, Implementation.

Molti dei principali strumenti utilizzati in ciascuna di queste fasi sono tipici della ricerca antropologica.

Vediamone alcuni, che vengono descritti addirittura da una norma ISO (la ISO 9241:210). Questa norma utilizza il termine HcD nella realizzazione di sistemi interattivi e stabilisce 4 fasi di processo rispetto all’uso dello HcD nei sistemi interattivi, “Human-centred design for interactive systems”:

  • Comprendere e specificare il contesto d’uso.
  • Specificare i requisiti degli utenti/fruitori.
  • Creare delle soluzioni progettuali basate sui requisiti.
  • Valutare iterativamente e modificare le soluzioni progettuali

Queste fasi del ciclo ideativo e progettuale vengono portate avanti con una pluralità di strumenti specificati in ulteriori norme tecniche e continuamente aggiornati dalla letteratura di settore. Ma quello che più ci interessa è l’ “Elenco di metodi e strumenti utilizzabili nell’HCD” in ogni singola fase, ovvero:

Fasi 1 e 2

Nella fase di analisi (1 e 2) si possono eseguire alcune fra le seguenti attività:

  • Analisi delle tipologie di utenze cui il progetto si rivolge (attuali e potenziali), con loro definizione secondo una serie di parametri socio-demografici (es. censo, età, professione).
  • Studiare e definire i contesti nei quali il prodotto sarà usato.
  • Incontri con gli stakeholder (portatori di interessi) per capire vincoli e aspettative.
  • Analizzare i prodotti esistenti per l’individuazione di efficienze e criticità.

Conduzione di:

  • osservazioni sul campo.
  • interviste con potenziali utenti.
  • workshop con potenziali utenti.

Creazione di:

  • profili di utente/personas.
  • elenchi di compiti.
  • possibili scenari.
  • Definizione di team multidisciplinari. 

Fase 3

Nella fase (3), in cui si lavora alla creazione di soluzioni progettuali, si possono usare i seguenti strumenti:

  • Brainstorming, riunioni e discussioni libere.
  • Creazione di modelli e schemi di navigazione.
  • Creazione di bozzetti e schermate.
  • Conduzione di analisi, simulazioni cognitive e test con utenti sui bozzetti.
  • Creazione di prototipi a bassa o alta fedeltà (es. wifreframe, mock-up).

Accanto ad attività propriamente progettuali (che comprendono il disegno dell’interfaccia) si iniziano a condurre attività di analisi e valutazione che proseguono (fase 4) prima, durante e dopo l’implementazione vera e propria del sistema.

Fase 4

Le valutazioni, durante l’implementazione e successivamente ad essa, possono essere portate avanti con tecniche di vario tipo:

  • Test di usabilità formativi con utenti
  • Questionari
  • Analisi euristiche e ispettive
  • Simulazioni cognitive

La fase di valutazione idealmente non finisce mai, poiché dovrebbe proseguire col monitoraggio del sito o del software, attraverso:

  • Meccanismi di segnalazione di problemi
  • Questionari
  • Studi sul campo
  • Test di usabilità sommativi con utenti di valutazione e benchmark.

Sebbene la stessa norma lo presenti come un elenco non esaustivo, puoi notare già un elevato numero di metodi, tra i quali sono immediatamente riconoscibili strumenti antropologici tipici (nell’elenco ne ho evidenziato i principali).

Nella prima fase l’utilizzo dell’etnografia è certamente preponderante.

Senza dimenticare che la norma ISO si riferisce a un contesto relativo alla realizzazione di “sistemi interattivi”. L’utilizzo in campo sociale, per la progettazione di servizi e prodotti non esclusivamente digitali, accentuerebbe sicuramente la prevalenza di strumenti di indagine e analisi antropologica rispetto a meccanismi più informatici, come “monitoraggi del software” e “benchmark”.

In altri paesi, specialmente anglofoni, le affinità tra Antropologia e Design iniziano ad essere già più riconosciute. All’estero, infatti, non sono in pochi a ritenere gli“antropologi perfettamente formati per un ambito in forte sviluppo come la user-experience”.

La domanda a questo punto è: chi meglio di una figura come l’antropologo (spesso etnografo fin nel midollo!) è adatto a lavorare con metodi come lo Human-centered Design e la User Experience?

Perché proprio proprio gli antropologi dovrebbero disinteressarsi delle possibili iterazioni tra Antropologia e Design?

Spesso incontro giovani colleghi antropologi alla costante ricerca di un lavoro e persone che ancora si chiedono: “ma che cosa diavolo fanno praticamente gli antropologi?” Beh, in altri articoli ho provato in parte a rispondere a questa domanda da un milione di dollari. Qui, per concludere, voglio dire che, intanto, potrebbero non lasciare tutto questo ambito della “progettazione basata sull’utente” a ingeneri, architetti, informatici e qualche psicologo.

Antropologi e sociologi esperti di etnografia, potrebbero entrare da protagonisti nel “mercato” aperto dall’incontro tra Antropologia e Design.

In altri paesi forse lo hanno già capito. È un caso se è un quotidiano irlandese a inserire gli antropologi al secondo posto fra le 50 professioni del futuro?

Tu cosa ne pensi? Se ti va, fammelo sapere nei commenti qui sotto.

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