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Ti sei mai chiesto se ha senso parlare di sbocchi professionali per chi studia Antropologia?

Io me lo chiedo spesso. Anzi, me lo chiedo per la maggior parte delle lauree, specie per quelle in ambito umanistico e sociale.

Scusate, ma a voi non piacerebbe fare un lavoro vero?

Nello – (interpretato da Claudio Bisio, nel film Si può fare)

Ricordo la scelta del mio corso di laurea alla fine del liceo. Come ho fatto? Ho cancellato, uno alla volta, tutte le Facoltà e i corsi di laurea presenti nella Guida Universitaria. Fino a quando non ne sono rimasti pochi, poi pochissimi, poi solo uno.

Oggi la guida cartacea forse sarà in qualche mercatino vintage! Le università hanno tutte le informazioni nei loro siti web. Per ogni corso di laurea, praticamente, c’è un sito dedicato. E in questi siti, come succedeva già nella guida cartacea, c’è sempre una sezione “Sbocchi professionali”.

Ecco, io…

Ho sempre avuto un po’ di diffidenza in queste pagine dedicate agli Sbocchi professionali.

Mi sono sempre suonate simili alle promesse di amore eterno fatte a 13 anni! Crescendo, ti accorgi che erano str… straordinarie, ma difficilmente realizzabili. Si, insomma, hai capito il mio pensiero. Ma non voglio convincerti di questo. Voglio darti degli elementi per cui tu possa farti una tua opinione. E, magari, riuscire ad agire in modo più consapevole in vista del tuo futuro lavorativo.

Proviamo ad esaminare un paio di casi.

Esempi di sbocchi professionali per chi studia antropologia a Milano.

A Milano Bicocca abbiamo un bel corso di Laurea Magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche. In questa pagina di presentazione del corso, si parla di “Profilo professionale”. Ecco come:

Il profilo professionale formato dal corso di Laurea Magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche è quello dell’antropologo (antropologo culturale, etnoantropologo, etnografo; codice ISTAT 2.5.3.2.2). Esso rientra fra le “Professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione”, e più in particolare fra gli “Specialisti in scienze umane, sociali, artistiche e gestionali”.

Il laureato in Scienze Antropologiche ed Etnologiche possiede quelle competenze antropologico-etnologiche, linguistiche ed epistemologiche che lo mettono in condizione di svolgere attività di ricerca e assumere funzioni di esperto in strutture relative alla cooperazione internazionale, alla comunicazione interculturale, all’orientamento nella gestione delle imprese produttive, nonché ai servizi sociali, educativi, sanitari e scolastici e relativi alla pianificazione territoriale.

Può inoltre operare in strutture preposte alla valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale delle comunità locali e straniere e all’apprendimento, allo sviluppo e diffusione delle conoscenze etno-antropologiche in ambito nazionale e internazionale e nel campo dell’insegnamento.

Questo corso di laurea è forse l’unico che presenta un profilo professionale facendo riferimento al Codice Istat delle Unità Professionali.

La definizione del codice “2.5.3.2.2 – Antropologi”, che puoi leggere nella pagina Istat, recita così:

Le professioni comprese in questa unità studiano i caratteri morfologici e le attitudini della specie umana nel corso dei processi evolutivi e del presente, l’origine e l’evoluzione della cultura, dei costumi e del modo di vita dei popoli, del loro agire collettivo e delle strutture sociali che li hanno caratterizzati.

Non dirmi che non ti è venuto in mente almeno uno tra Malinowski, Lévi-Strauss e De Martino!

Come ho spiegato in questo articolo, l’antropologia praticata nei prossimi anni sarà sempre più lontana da questa visione legata al passato.

E, in effetti, il seguito del profilo professionale del corso di laurea milanese sembra delineare una figura abbastanza lontana da quella concezione. Essenzialmente, un professionista che svolge attività di ricerca, assume funzioni di esperto e opera in un’ampia varietà di strutture e contesti.

Apprezzo questo sforzo di “aggiornamento”. Personalmente, però, oltre che sul rimando all’arcaica definizione Istat, ho delle riserve anche sul resto.

Sei così convinto che, freschi di laurea, si possa andare a svolgere attività di ricerca e, soprattutto, assumere funzioni di esperti anche in uno solo degli ambiti citati?

Passiamo a un altro caso.

Esempi di sbocchi professionali per chi studia antropologia a Perugia.

A Perugia è attivo un Corso di Laurea Magistrale interclasse in Scienze socioantropologiche per l’integrazione e la sicurezza sociale. Ecco una delle pagine di presentazione del corso che ho trovato. Sotto il paragrafo Status professionale conferito dal titolo si legge:

La delineazione del profilo professionale e delle relative competenze del laureato interclasse in Scienze socioantropologiche per l’integrazione e la sicurezza sociale nasce dall’analisi delle fonti nazionali disponibili sulla condizione occupazionale e formativa dei laureati in Italia (Alma Laurea, Isfol) nonché dai dati provenienti dalle consultazioni con le parti sociali avvenute a livello territoriale.

Il corso apre prevalentemente ai seguenti possibili sbocchi professionali, in ambiti che vanno dal settore pubblico a quello privato, alle istituzioni del terzo settore no profit (nelle diverse forme, Onlus, Odv, associazioni di promozione sociale, cooperative sociali, associazioni culturali).

  1. analisti di organizzazione, analisti delle politiche pubbliche, esperti nella gestione delle risorse umane;
  2. ricercatore nella ricerca socioantropologica di base e applicata;
  3. mediatore culturale;
  4. mediatore sociale;
  5. socioantropologo nella cooperazione allo sviluppo;
  6. esperto nella salvaguardia e valorizzazione delle comunità socio-culturali locali, delle minoranze nazionali, dei gruppi transnazionali;
  7. esperto nella conservazione e gestione di patrimoni demoetnoantropologici;
  8. responsabile per la sicurezza sul lavoro e il benessere organizzativo;
  9. responsabile per la valutazione del rischio e la gestione della sicurezza.

Tanti “esperti” e “responsabili” anche in questo caso. Ruoli che, sicuramente, potranno anche essere ricoperti da un laureato magistrale perugino. Non senza, secondo me, aver fatto almeno qualche anno di esperienza dopo la laurea.

Ma se ho scelto l’esempio di Perugia è soprattutto per un altro motivo. Mi ha colpito notare che si parli di un profilo nato dall’analisi delle fonti nazionali disponibili sulla condizione occupazionale e formativa dei laureati in Italia (Alma Laurea, Isfol).

Proprio nel mio precedente articolo, avevamo già visto un po’ di dati Alma Laurea sui laureati magistrali in Antropologia. Li trovi tutti in questo pdf.

Prendiamo solo alcuni di questi dati AlmaLaurea sui laureati magistrali della classe LM01 Antropologia Culturale ed Etnologia. Ad esempio, quelli sull’utilizzo della laurea nel lavoro:

Dati utilizzo Laurea Antropologia

La formazione acquisita con la laurea è

– molto utilizzata solo per il 21-25% degli intervistati

– molto adeguata per circa il 31-34% soltanto

fondamentale per svolgere il lavoro secondo appena il 6-10% delle risposte

Apprezzo molto l’idea di creare un profilo basato sull’analisi delle fonti (AlmaLaurea) sulla condizione occupazionale e formativa dei laureati. Però, a guardare queste percentuali, la domanda nasce spontanea.

Ma che tipo di analisi è stata fatta su questi dati?

È abbastanza palese quanto la laurea sia considerata poco adeguata e utile per il lavoro svolto, no? Di quanto sia bassa, poi, la corrispondenza tra laurea occupazione abbiamo già parlato. Come mai, allora, si parla degli stessi sbocchi professionali? Difatti sembrano gli stessi (o quasi) sbocchi professionali per chi si laurea in antropologia in quasi ogni altra magistrale. Ti sembra siano frutto di un’attenta analisi di questi dati?

Di questo corso di laurea mi hanno colpito anche la sua Brochure di presentazione e la presenza di un apposito video di presentazione su youtube. In generale, scrivendo Scienze socioantropologiche per l’integrazione e la sicurezza sociale sui motori di ricerca, non faticherai a notare una certa attenzione alla “promozione” di questo corso di laurea.

Di sicuro è esagerato, ma non ho potuto non pensare a un passaggio di Alex Golub (in un articolo di cui ti ho già parlato), rispetto alla situazione negli USA:

I college […] non “inventano” questi sbocchi di lavoro per aiutare gli studenti. Lo fanno per aiutare se stessi. Sono il risultato di dipartimenti accademici e associazioni che cercano di rimanere rilevanti in quanto competono con altre discipline per i corsi e le iscrizioni. Non è esagerato affermare che i fantastici sbocchi di lavoro costituiscono una sorta di specchietto per le allodole per raccontare a futuri insegnanti di scuola elementare che andranno a lavorare per Google o per la Banca Mondiale.

Se non credi a queste parole, devi assolutamente guardare questa brochure americana. Eccone una piccola parte:

Sbocchi professionali antropologia USA

Certo, il contesto italiano è quasi imparagonabile a quello statunitense.

Sono certo che l’impegno dei docenti italiani sia completamente volto a favorire gli sbocchi professionali per chi si laurea in antropologia. In tutti gli atenei, compresi quelli degli esempi citati.

In Italia siamo sicuramente lontani dalla “competizione” tra i dipartimenti di antropologia americani, che si sfidano a colpi di promesse di lavori per Google, Netflix e simili.

Ma, se non avevi ancora pensato alla questione degli sbocchi professionali per chi studia antropologia, spero queste considerazioni ti facciano riflettere.

Gli sbocchi professionali per chi si laurea in antropologia, per lo meno quelli che vedi nelle presentazioni dei corsi di laurea, andrebbero, da buon antropologo, quantomeno analizzati e messi un po’ in discussione!

Mi piacerebbe dirti che avverrà proprio così. Ti laurei e, il giorno dopo, inizia a scegliere tra uno di quei lavori indicati negli sbocchi occupazionali del corso di laurea. È molto più probabile che, invece, dovrai inventarti qualcosa anche di molto diverso da quegli sbocchi.

Qualcosa che ti consiglio di iniziare a sperimentare già durante il corso di studi, se possibile. Qualche strategia che ti permetta di accumulare davvero “esperienza”. Ad aziende e committenti, infatti, non potrai raccontare di essere esperto perché era scritto negli sbocchi professionali del tuo corso di studi.

O anche, “semplicemente”, prova a sperimentare strade o progetti nuovi che possano darti dei feedback reali su cosa sei in grado di fare. Un esempio è quello di un gruppo di studenti di antropologia bolognesi.

Il loro progetto Homologos, secondo me, è molto interessante. Diversi lettori mi hanno scritto chiedendomi consigli su come e dove pubblicare articoli a tema antropologico, anche solo per “farsi un po’ d’esperienza”. Ecco, loro hanno messo su un blog proprio per questo. Presto anche una rivista.

In bocca al lupo a loro e a chiunque sperimenterà strade anche molto diverse dai soliti sbocchi professionali per chi studia antropologia. Sarai uno di quelli?? Fammelo sapere nei commenti.

Grazie

P.S.: Se, finito di leggere l’articolo, ti venisse voglia di tentare qualche “nuova strada”, come quella di avviare un’organizzazione per partecipare a progetti internazionali, beh, ti consiglio di dare un’occhiata al mio manuale digitale PARTI QUANDO VUOI.

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