ªQual’è il senso di fare ricerca in Antropologia? Te lo sei chiesto anche tu, come me, un sacco di volte? Non è stato facile spiegarlo a chi è fuori da quest’ambito? Beh, ti capisco. Succede spesso anche a me. In questo articolo, però, voglio provare a darti una risposta.

Nei commenti ai miei precedenti articoli e sui social mi arrivano varie domande sui motivi per cui fare ricerca in Antropologia.  Ad un certo punto, però, mi è arrivata una “domanda delle domande”. Questa:

Qual è il senso della ricerca per l’antropologia? Cioè, mentre è facile capirlo per le discipline scientifiche (trovare nuove cure a malattie, scoprire nuovi modi per produrre energia pulita, capire come risolvere il problema dell’inquinamento delle plastiche in mare,…), lo è meno capirlo per le discipline sociali in generale…” (Raffaella Todaro)

Ho capito, allora, che era arrivato il momento di mettere nero su bianco qual’è il senso di fare ricerca in Antropologia. Di spiegare quale può essere l’utilità dell’Antropologia e, come dice Raffaella, delle “discipline sociali in generale”. Specialmente delle discipline sociali cosiddette “qualitative”: quelle che non si basano tanto sui numeri o grandi raccolte dati, ma sull’osservazione diretta e approfondita.

Ovviamente, ci sono centinaia di manuali di Antropologia.

Qui voglio parlarti del senso di fare ricerca in Antropologia e della sua utilità,

secondo il mio personalissimo punto di vista, come faccio sempre quando parlo di Antropologia su questo blog.

Partiamo dal “senso”.

Il senso di fare ricerca in Antropologia, per me, è riuscire ad andare realmente in profondità. 

È un aspetto comune alla maggior parte dei metodi di indagine qualitativa. Certo, dati “quantitativi”, statistici, sono utilissimi per molti aspetti, ma non possono arrivare a dare risposte a certi tipi di domande o problematiche. Ci possono essere mille esempi nella storia dell’Antropologia o di altre Scienze Sociali cosiddette qualitative che mostrano questo. Voglio, però, farti un esempio dalla mia mia esperienza. In uno dei miei lavori di ricerca, mi sono occupato di un centro per senza dimora. Ora, i senza dimora si possono studiare certamente da un punto di vista più statistico. Per esempio, è rilevante sapere quanti e dove sono concentrati la maggior parte di loro. Mettere a confronto questi dati nel tempo, o su luoghi differenti, può condurre a utili riflessioni. Simili dati, oggi, possono essere raccolti su larga scala piuttosto velocemente, grazie ai sempre più avanzati ausili tecnologici. Allora 

perché un antropologo dovrebbe spendere giorni e giorni di osservazioni, ore ed ore di interviste in profondità 

in uno stesso luogo, villaggio, tra un piccolo gruppo di persone, su un particolare oggetto di studio e così via?

Nel mio caso, per esempio, ho ascoltato a lungo e intervistato meno di una ventina di senzatetto in uno stesso centro. Attraverso questi colloqui, e rileggendo decine di volte le trascrizioni delle interviste, ho potuto iniziare a notare contraddizioni che non avrei trovato con altri tipi di raccolte dati. 

Ho iniziato a scoprire che molti si odiavano tra loro. Diversamente dal “preconcetto” tipico sui senza tetto, che porta a pensare che solidarizzano sempre tra loro (specie quando sono in strada, dove li vediamo spesso vicini, mentre si aiutano o dormono assieme). 

E come avrei potuto capire il motivo di tale odio o intolleranza di tanti senza tetto nei confronti di altri, accolti nel loro stesso centro? Beh, difficilmente ci sarei arrivato  elaborando delle statistiche. L’utilizzo di un metodo qualitativo, antropologico, mi ha permesso di andare realmente in profondità. 

Approfondire così tanto un unico luogo e un piccolo gruppo di senza dimora mi ha consentito di arrivare a capire che 

quell’odio era connesso a una sorta di “competizione” che scattava tra loro. Una competizione causata, principalmente, dal tipo di percorso socio/assistenziale in cui erano inseriti. In effetti, tutti i senzatetto accolti per un periodo abbastanza lungo erano inseriti in un progetto volto -teoricamente- alla fuoriuscita dal centro. Fuoriuscita rappresentata, nel concreto, dalla possibile realizzazione del sogno di molti senza dimora: l’assegnazione di un alloggio popolare. Il percorso era scandito da appuntamenti in cui un assistente sociale valutava, compilando apposite schede, il grado di “avanzamento” della persona rispetto a una serie di parametri (la sua autonomia, la capacità di gestirsi da solo ecc…). 

Data la scarsità di alloggi popolari disponibili, però, il percorso diventava una sorta di routine, un modo di reiterare l’attesa. Per farla breve, si tratta di una politica sociale che lanciava un “messaggio subliminale” a ogni ospite del centro. Qualcosa come “stai facendo abbastanza progressi, se continui così, se ti comporti meglio degli altri, il prossimo alloggio disponibile sarà il tuo”. 

Il punto è che questo “percorso”, questo “messaggio”, continuava a rimanere tale anche per persone ospitate da ormai 7 anni nel centro! 

Ora, prova a fare questa considerazione. Se sei un senza dimora, se ti sei convinto che, comportandoti meglio degli altri, il prossimo alloggio disponibile sarà il tuo (anche se passeranno anni e anni…), come fai a dimostrare agli assistenti sociali, o agli operatori del centro, di essere meglio degli altri ospiti? Certo, comportandoti bene. Ma questo potrebbe non bastare, perché anche gli altri potrebbero farlo. Quindi, in maniera più o meno istintiva, o più o meno furba, potresti iniziare a far notare quanto gli altri si comportino male, in modo da mettere maggiormente in evidenza il tuo comportamento impeccabile.

Insomma, questo meccanismo generava un circolo vizioso di odio tra i senza dimora ospiti del centro.

Diventata una specie di gara a chi riusciva a mettere più in cattiva luce gli altri.

Tra le frasi ricorrenti, nelle mie interviste con loro, ce erano molte simili a queste:

“io non sono come quello lì…”,

“non sono un perdigiorno io”,

“io mi do da fare”,

“durante il giorno vado a lavorare io…”.

A ben vedere, quasi ogni ospite del centro si dava abbastanza da fare e sentiva un forte senso di dignità verso se stesso. Valori che, però, non riconosceva agli altri senza dimora. Molti spendevano la loro giornata a lavorare fuori da centro, a fare anche due lavori o, come dicevano alcuni, “mille lavoretti” . Alcuni erano esperti nello svuotare cantine, nella raccolta e rivendita di oggetti usati. Facevano di tutto pur di guadagnare un pò ed essere impegnati in qualcosa che gli desse dignità. C’era, tra loro, anche chi andava a fare volontariato in una casa di riposo per anziani. Tutti, singolarmente, me lo facevano notare nelle interviste o nei colloqui.

Nessuno, però, mi parlava dell’impegno degli altri. Anzi. Ognuno descriveva gli altri come “scrocconi”, persone che non volevano altro che approfittare del vitto e dell’alloggio gratuito. 

Insomma, un centro pieno di volenterosi senza dimora che, però, tendenzialmente si odiano tra loro. 

E tu mi ora mi dirai… E quindi? 

Non si doveva parlare anche dell’utilità di fare ricerca in Antropologia? 

Cos’ha a che vedere tutto questo con il “perché fare ricerca in antropologia”? 

Ha a che fare per due motivi

Il primo, come avrai intuito, è legato al metodo. Nel senso che, con metodi meno qualitativi, come statistiche, questionari con domande a risposta chiusa, a scelta multipla ecc.. difficilmente si arriverebbe a comprendere situazioni particolari come quella che ti ho appena descritto.

Il secondo è legato proprio all’importanza di questi particolari. Perché, molto banalmente, sono i particolari che fanno la differenza. Cosa intendo? Voglio dire che, spesso, i “grandi numeri” (ricavati da statistiche, raccolte dati quantitativi su larga scala ecc..) mi permettono di “descrivere” meglio la realtà. 

Difficilmente, però, mi permettono di cambiarla o, quantomeno, di proporre un cambiamento. 

E, nel mio personale punto di vista, fare ricerca in antropologia (come le altre scienze sociali “qualitative”), può  essere molto utile al cambiamento sociale, piuttosto che alla sola comprensione e descrizione del sociale. Perché interpella molto di più i soggetti in prima persona. A partire dallo stesso ricercatore, che risulta molto più “coinvolto” che in altri ambiti della ricerca. Che spesso deve interagire di più con i soggetti tra cui fa ricerca. 

(Difficilmente, analizzare risposte di questionari raccolte on line o telefonicamente, crea lo stesso coinvolgimento di un anno in un villaggio africano, o mesi di osservazione in un centro per senza tetto e così via…) 

Ma come potrebbe, un risultato di un’indagine antropologica, arrivare in qualche modo a proporre un cambiamento? 

Beh, restiamo sull’esempio di questo centro per senza dimora ed uno dei risultati emersi: l’odio tra gli ospiti del centro, a dispetto dell’alto livello di impegno personale e dignità che ognuno sente di avere. 

Se, per esempio, sulla base di questo risultato, si iniziasse a: 

–  puntare meno su progetti “personalizzati” che mettono gli ospiti in una sorta di competizione tra loro

–  incentivare la collaborazione tra gli ospiti

– convogliare all’interno del centro, almeno in parte, tutti gli “sforzi” e le attività che gli ospiti fanno al di fuori del centro (dai “mille lavoretti” fino al volontariato), attraverso laboratori, attività organizzate ecc.. 

…non potrebbero diventare, gli stessi ospiti, una risorsa in più per il centro? 

Anche con qualche piccolo ritorno economico per il centro, magari, o per loro stessi che, normalmente, all’esterno vengono pagati in nero.

Non potremmo anche pensare che:

– vivrebbero meglio il rapporto tra loro?

– si odierebbero meno?

– ci sarebbero, di conseguenza, meno episodi problematici (come litigi che sono finiti anche a bottigliate e corse al pronto soccorso, proprio mentre facevo le mie ricerche lì)?

– vivrebbero, in fondo, il centro come un luogo positivo, un luogo che restituisce dignità alla propria persona e al proprio saper fare, piuttosto che un luogo di cui vergognarsi, perché pieno di perdigiorno, scrocconi e approfittatori? 

Non vivrebbero, in fondo, questo luogo già un pò come la loro casa, piuttosto che aspettare un alloggio popolare che, forse, non arriverà mai?

Ecco, tutte queste sono possibili azioni che possono ispirare una politica, una politica sociale in questo caso, completamente diversa. E tutto ciò basandosi su un risultato di un’indagine in un solo luogo (il centro per senza dimora) e su un piccolissimo campione (una quindicina di soggetti). 

Piccolissimo, si. Ma osservato e studiato estremamente in profondità (per giorni e giorni e con interviste chilometriche, te l’assicuro!). 

Ma tutto questo sforzo di studio su un piccolo campione ha senso anche per un altro motivo. Per la cosiddetta “applicazione”. Su questo dovremmo aprire un discorso a parte, che riguarda temi come l’ “antropologia applicata”. Magari lo farò in qualche altro articolo più specifico. Qui voglio solo farti notare quest’ultimo risvolto. 

Se ho studiato abbastanza in profondità questo centro per senza dimora e ho compreso la necessità, o possibilità, di “applicare” una politica di gestione differente (diciamo da “progetti personalizzati pro competizione” a “progetto di gruppo pro migliore coabitazione”), posso testare la sua funzionalità in questo centro. 

Se funziona, con i dovuti adattamenti e approfondimenti di ogni particolare contesto, posso pensare, forse, di aver trovato una politica di gestione migliore per tutti i centri simili. 

Diciamo che, osservando un centro per senza dimora in maniera molto “particolare”, posso trovare una politica di gestione migliore a livello “universale”, cioè per molti centri simili. 

Per me è questo il senso di fare ricerca in Antropologia e nelle scienze sociali qualitative in generale. 

Studiare talmente in profondità un piccolo pezzo di realtà sociale, da poter trovare delle risposte valide (o, quantomeno, da poter sperimentare) a livello universale. 

Dal particolare all’universale. Del resto, è uno dei fondamenti della Scienza Moderna, la scienza sperimentale. Quella inaugurata dagli “esperimenti” di Galileo Galilei. Ecco, anche se parliamo di un ambito scientifico completamente diverso,

la figura di Galilei rappresenta, per me, la migliore metafora di quanto ho cercato di dirti in questo articolo.

Lo si capisce in questa immagine:

Galileo Cannocchiale

Altri scienziati suoi contemporanei si affannavano a raccogliere dati su tutta la realtà allora conosciuta, per riuscire a confermare le loro teorie sulla Terra. Lui decise, invece, di osservare solo dei “piccoli pezzi”. Si concentrò, sempre più, solo su dei piccoli punti. Utilizzò, per le prime volte, un cannocchiale per osservarli in maniera sempre più approfondita.

Mentre altri cercavano di osservare grossolanamente tutta la realtà, lui si ostinò ad approfondire dettagliatamente dei piccoli pezzi. Beh, grazie a chi abbiamo scoperto che esiste niente poco di meno che…l’universo? 

 

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