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Lavorare con l’antropologia fuori dall’università?

Ma sei sicuro? Non vorrai dirmi che si può veramente lavorare con l’antropologia fuori dall’università?

Sono anni che lavoro fuori dall’università grazie alle mie competenze antropologiche. Eppure, nonostante lo facciamo in tanti, l’immagine dell’antropologo fuori dal contesto accademico risulta ancora “strana” in Italia. Ho già affrontato il tema delle possibilità e probabilità concrete di carriera accademica in ambito antropologico. Per cui, senza voler scoraggiare le tue eventuali mire accademiche, sai come la penso.

Io tifo in particolare per coloro che vogliono praticare l’antropologia fuori dall’università.

Sei tra questi? Ecco, se lavori o pensi di lavorare con l’antropologia fuori dall’università, sappi che stavo pensando a te mentre scrivevo questo articolo. Un articolo in cui voglio darti qualche consiglio per aiutarti in questa “impresa”.

Una delle cose che chi pratica antropologia deve fare è spiegare l’antropologia alle altre persone. Che cos’è una “prospettiva antropologica” e in cosa è diversa da altri modi di guardare il mondo? In cosa può contribuire l’antropologia alla comprensione umana e al problem solving?

– Riall W. Nolan

Ultimamente, infatti, sto leggendo un interessantissimo libro di Riall W. Nolan: “Using Antropology in the World“. Pagina dopo pagina, mi tornano i ricordi di tutti gli atteggiamenti, le strategie e gli accorgimenti che ho usato negli anni per lavorare con l’antropologia fuori dall’università. Allora ho pensato: perché non condividerne qualcuno? E così ho buttato giù

8 consigli che potrebbero esserti utili se lavori o vuoi lavorare con l’antropologia fuori dall’università.

Niente formule magiche per far spuntare un lavoro dal cilindro, certo. Però sono convinto che, se nel mio caso sono state utili, alcune di queste dritte potranno agevolare la vita anche a te!

Partiamo subito col primo, semplice, consiglio:

smetti di pensare che è difficile!

Certo, il web è pieno di commenti come “con l’antropologia non mangi”, “iscriviti ad antropologia solo per cultura personale”, “se vuoi lavorare lascia perdere antropologia e iscriviti a ingegneria o economia”…

Non ti sto dicendo di iniziare a pensare che ora, improvvisamente, lavorare con l’antropologia è diventato facile, anzi. Voglio solo consigliarti di non pensare che può essere più o meno difficile. Concentrati sul fatto di volerci provare. Datti magari un tempo, decidi per quanto provarci ed entro quali limiti. Ma poi fallo col massimo della convinzione e senza lasciare spazio ai pensieri su quanto sarà difficile.

Continuare a pensare a quanto sarà difficile ottenere un lavoro, un contratto, una commissione, un cliente non ti faciliterà di certo il compito di lavorare con l’antropologia. Devi concentrarti su altri aspetti. Pensa piuttosto che, comunque, oggi ci sono più opportunità che in passato. Lo stesso Nolan apre Using Antropology in the World affermando che

Gli antropologi che vogliono lavorare fuori dall’università oggi hanno più opportunità che mai.

In effetti, su un quotidiano irlandese puoi leggere che l’antropologia viene posizionata al secondo posto tra le 50 professioni del futuro (già nel 2014). Anche in Italia, secondo un articolo di Repubblica, le aziende stanno iniziando a cercare sempre più filosofi, filologi e antropologi. Insomma, pur sapendo che non sarà facile, cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno. Almeno finché… non avrai trovato lavoro!

Passiamo al secondo consiglio:

considera la “flessibilità” che comporta lavorare con l’antropologia fuori dall’università.

Ok, stai dicendo che mi devo rassegnare a un lavoro precario?

No, parlo delle opportunità di determinare, di scegliere i tuoi percorsi. Fuori dall’università hai più flessibilità di decidere il tuo percorso di carriera. Potresti avere maggiori opportunità di collaborare con altri professionisti, di interagire con altre discipline. Più opportunità di confrontarti in contesti diversi, partecipare a una gamma di eventi più vasta. Tutto senza doverti preoccupare di altri aspetti che possono riguardare l’accademia, come:

  • dover produrre delle pubblicazioni, cercando di fare in modo che siano inserite necessariamente nelle riviste del tuo specifico settore (altrimenti conteranno poco o nulla nei concorsi accademici)
  • dover partecipare a un concorso dopo l’altro, con l’ansia che deriva da “quando esce il concorso?”, “quando escono i risultati”, “da chi è composta la commissione?” ecc…
  • rassegnarti, specialmente per qualche anno (qualche??) a ricevere stipendi non altissimi (pensa al dottorato di ricerca, ad esempio, che può essere anche “senza borsa”)

Ma soprattutto pensa alla

  • pochissima flessibilità che avrai nello scegliere dove vuoi vivere.

Si, per quanto antropologi e amanti del viaggio, della scoperta e dell’avventura, tutti cresciamo. A un certo punto abbiamo bisogno di stabilirci in un posto. Nel caso della carriera accademica è l’università a sceglierlo per te. Cosa fai, infatti, se il tanto agognato concorso lo vinci proprio in quella città? Si, quella per cui pensavi “andrei a vivere dappertutto, ma proprio lì no!”

Dai, è ora di passare al terzo consiglio:

abítuati a pensare che potrai lavorare anche con i numeri.

La stragrande maggioranza degli antropologi si considera appartenere certamente al campo delle scienze qualitative, interpretative. Ma questo non significa che l’antropologia non sia minimamente quantitativa o che un antropologo disdegni di lavorare coi numeri. Anzi. Preparati a essere anche molto empirico, se necessario. In un mondo sempre più dominato da algoritmi, fogli di calcolo, sondaggi e company, i numeri sono importanti, ovviamente.

Io sono stato tentato, in alcuni progetti, di rinunciare o di far capire che non mi sarei occupato delle parti quantitative, che avrei evitato conti, grafici e tabelle. Pensavo “ma non hanno capito che stanno parlando con un antropologo? Non faccio mica statistica io…” Ma il segreto è far capire cosa puoi fare di più e di diverso coi numeri. Un antropologo può capire, meglio di altri, da dove vengono i numeri e cosa significano realmente.

I numeri, per avere significato, devono essere contestualizzati. Un antropologo è perfetto in questo. Interpreta, contestualizza e dà significato ai numeri. Restituire i risultati di uno studio statistico o di un sondaggio può essere come dire che “la temperatura è di 40 gradi”.

Nel mondo del lavoro, con potenziali clienti e committenti, tu devi far capire quanto è utile contestualizzare quel numero, quel dato.

Sono 40 gradi sulla spiaggia ad agosto o 40 gradi sul termometro dopo aver hai misurato la febbre? Lo so, è un esempio riduttivo. Ma rende l’idea della differenza che puoi fare come antropologo!

Ecco, quando parlo del mondo del lavoro, di potenziali clienti e committenti, forse do’ un po’ per scontato che tu abbia abbia chiaro quanto a loro interessi sapere se siamo antropologi, sociologi o figure simili. E quanto gl’interessa realmente? Nella maggior parte dei casi: ZERO.

Di solito a loro interessa capire perché dovrebbero pagarti.

Beh, hai appena letto il quarto consiglio: quando ti proponi o presenti come antropologo fuori dall’università,

cerca di farti questa domanda: perché dovrebbero pagarmi?

Quali risultati più o meno concreti puoi offrire, quali vantaggi apporterai, cosa farai guadagnare o risparmiare (in termini di soldi, ecc…) ai tuoi clienti e/o committenti? Lo so, è un po’ cinica e poco romantica vista così. Ma si tratta di un aspetto determinante. Un aspetto a cui l’università di solito non prepara. In accademia è una preoccupazione quasi inesistente. Le borse di dottorato, gli assegni di ricerca, fino agli stipendi dei docenti strutturati, sono poco legati alle logiche del mercato del lavoro. Lì i fondi arrivano a prescindere dal “servizio” offerto.

Grazie Sebastiano, ora si che mi hai fatto venire voglia di lavorare con l’antropologia fuori dall’università!!!

Hai ragione, questo è uno dei consigli più tosti. Ma credo sia anche il più sincero che posso darti. Porsi questa semplice domanda è fondamentale secondo me. Per questo spero che i prossimi consigli possano stimolarti, almeno un pò, a iniziare a cercare delle risposte a questa domanda.

Consiglio cinque:

fai notare l’importanza (crescente) dell’etnografia.

In che senso??? Viviamo in un mondo sempre più globalizzato. Gruppi diversi, con diverse culture, vengono a contatto e devono interagire tra loro come mai prima. Chi più chi meno, tutti i settori lavorativi sono toccati da questa nuova “dimensione pluri-culturale”. Una dimensione destinata certamente ad aumentare. Cosa accade quando sistemi culturali differenti entrano in contatto tra loro? Capirlo sarà sempre più importante in un mondo del lavoro ancora poco abituato, specie in Italia, alla compresenza di lavoratori provenienti dai contesti più diversi. Come capirlo? Puoi farlo in diversi modi. In modo più “distaccato”, ad esempio, informandoti sul web o leggendo letteratura varia. In modo più “coinvolto”, osservando direttamente le persone, ascoltandole o chiacchierandoci nel loro contesto di riferimento. Ma, per arrivare ad avere davvero un’idea reale di quello che succede, prima o poi, dovrai fare due cose:

  • fare domande alle persone
  • prendere parte a quello che fanno

Insomma, devi fare etnografia. Saper fare domande, raccogliere parole, pensieri, atteggiamenti, storie e dettagli su persone in determinati contesti, luoghi, circostanze, cercando di cogliere il loro stesso punto di vista.

Nel mondo del lavoro sarà sempre più determinante comprendere davvero punti di vista diversi. Aiuterà anche a sapersi muovere tra gruppi e in contesti differenti. Questa capacità che, facendo etnografia, dovresti aver maturato tanto, puoi farla valere pressoché in ogni settore lavorativo.

E veniamo al consiglio numero sei:

fai capire perché è utile l’etnografia.

L’etnografia ha diverse utili qualità. A esempio, può aiutare a:

  • illuminare aree del sapere poco chiare, contraddittorie o incomplete
  • identificare gli aspetti chiave di una situazione
  • aiuta a identificare chi ha dei ruoli chiave in una situazione
  • identificare i principi e i comportamenti utilizzati da chi agisce in una situazione
  • è particolarmente utile per correggere malintesi, incomprensioni e fraintendimenti che si creano in una situazione
  • può preparare il terreno a studi qualitativi o quantitativi più dettagliati su specifici aspetti di una situazione

E potremmo andare avanti, certamente. Ma pensaci un attimo. Quanti ambiti di lavoro ti vengono in mente in cui queste qualità sarebbero completamente inutili? Pochi? Certo, perché in quasi tutti i contesti professionali è utile, ad esempio, correggere malintesi. Per questo, quando ti proponi come antropologo nel mondo del lavoro, quando proponi progetti, consulenze, ricerche ecc.. ti consiglio di sottolineare che puoi mettere in campo queste qualità.  Nella maggior parte dei casi non ti sarà utile raccontare che farai una bella etnografia. Quello puoi farlo in ambito universitario. Fuori devi far capire di avere delle competenze, delle qualità, come quelle appena elencate, che saranno utili per chi ti paga.

Bene, è ora del settimo consiglio:

ricorda che l’antropologia aiuta a risolvere i problemi (non a complicarli).

Come antropologi siamo abituati a parlare di complessità, di situazioni complesse. Al di fuori del contesto universitario, però, devi iniziare a “pesare” meglio l’utilizzo di certi concetti. Mi spiego con un esempio.

Uno dei miei primi progetti di lavoro. Una ricerca in alcuni servizi gestiti da cooperative. Spiego il nostro progetto. Tutto ok. La riunione con gli enti coinvolti sta per concludersi. Alla fine tiro fuori una frase tipo “…poi, essendo un contesto complesso, probabilmente scopriremo nuovi problemi e cercheremo nuove soluzioni…” Non l’avessi mai fatto! “Complesso”? Ma soprattutto “nuovi problemi”? Proprio il contrario di quello che gli enti volevano sentirsi dire. “Pensate a trovare qualche soluzione, che di problemi ne abbiamo già abbastanza!” Ecco la “simpatica” risposta di uno di loro. Ti lascio immaginare il momento di imbarazzo per me…

Con questo, però, non voglio dirti di presentarti come uno che semplifica, minimizza e, insomma, fa il contrario dia quanto un buon antropologo dovrebbe fare. Anzi. Devi cercare di far capire che è proprio evitando di semplificare che tu contribuirai a risolvere (meglio?) i problemi.

Mi spiego meglio. Riprendiamo la questione dell’importanza del capire l’interazione tra le differenze culturali che si incroceranno sempre più nel mondo del lavoro. Una comprensione che aiuta certamente a risolvere problemi, oltre che a cogliere opportunità. Bene, siamo circondati da approcci che tendono a semplificare e ridurre la realtà sociale a una serie di bytes, algoritmi o fogli di calcolo. Il tuo approccio antropologico, invece, può generare quadri più articolati, compositi, che portano a una comprensione che non si può ottenere altrimenti.

Questa è una modalità efficace di risolvere problemi: situarli nel loro appropriato contesto senza ignorare le loro connessioni più ampie.

Risolvere problemi è una richiesta quasi implicita di chi è disposto a pagarti. Usa questi argomenti per far capire che riuscirai a farlo molto meglio di quanto promette l’ultimo software o l’ultima app lanciata sul mercato.

Siamo giunti all’ultimo consiglio, il numero otto:

sii consapevole che l’antropologia… ti rende più intelligente!

Beh, questo consiglio tienilo per te 😉

Non è certo una dritta pratica da poterti giocare durante gli appuntamenti di lavoro. Ma secondo me è una consapevolezza importante che puoi portarti dietro sempre. In effetti noto una sorta di rispetto “a prescindere” per chi fa antropologia in accademia. “Se hanno vinto concorsi, se hanno fatto tante pubblicazioni… vuoi che non sia intelligenti?” Per carità! Chi dice il contrario?

Però, sinceramente, lavorando con l’antropologia fuori dall’università, ti senti davvero al loro stesso “livello”? O soffri un po’ quel complesso di inferiorità per cui ti senti un po’ un antropologo di serie B? Secondo me è innegabile. Questo complesso, in Italia, un po’ esiste.

Ma chi lavora con l’antropologia fuori dall’università, normalmente, ha molte più occasioni di metterla in pratica. Praticare l’antropologia, piuttosto che insegnarla, espande i tuoi orizzonti e aumenta non solo la comprensione degli altri, ma anche di te stesso. Scoprire continuamente alternative, infinite possibilità e punti di vista nei comportamenti degli altri, ti aiuta a capire quanto il tuo modo di fare e di essere sia solo uno dei tanti possibili e che anche tu, volendo, potresti vivere in modi completamente diversi. Ti aiuta a capire cos’è veramente importante per te e per gli altri e a vedere un mondo più ricco di significato.

Tutto questo, concretamente, non ti rende più intelligente?

Mi fermo qui. La maggior parte di questi consigli, come ti anticipavo, me li ha ispirati la lettura di Using Antropology in the World di R. W. Nolan. Se vuoi darci un’occhiata (è in inglese) lo trovi qui

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