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All’inizio di Febbraio ricevo una chiamata dal direttore artistico della prima edizione del Ferrara Sharing Festival, Davide Pellegrini. Dopo avermi parlato un po’ dell’idea di questo festival, mi informa che, al suo interno, sono previsti diversi Workshop in collaborazione con l’Università di Ferrara, uno dei quali dedicato al “Design Thinking e lo Human centered approach”. Se sono interessato a parteciparvi come relatore? Ma certo, Davide. Così, il 21 maggio 2016, il Festival mi ha accolto fra i suoi 100 speaker.

Tra spettacoli, convegni, workshop e testimonianze, questa prima edizione ha riempito Ferrara di moltissime forme della cosiddetta Sharing Economy. Per citare solo gli esempi probabilmente più noti, vi erano realtà come Bla Bla Car, VizEat e Last Minute Sotto Casa (gli altri sono visibili qui). Attorno a questi esempi sono stati organizzati diversi momenti di riflessione e dibattito su teorie e metodi che possono favorire lo sviluppo di tale “economia della condivisione”, come possono essere quelli human-centered. Per me, abituato a stare nel mezzo fra mondo universitario e libera professione, è stato particolarmente stimolante vedere la composizione degli altri relatori del mio workshop, due docenti universitari e due imprenditori/liberi professionisti (almeno prevalentemente, credo). Dei due docenti, Massimo Mazzanti, Professore Associato in Economia Politica all’Università di Ferrara e presidente dell’associazione Italiana economisti Ambientali e delle risorse Naturali, ha introdotto e coordinato il workshop. Rodolfo Lewanski, invece, Professore associato, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali all’Università di Bologna, ci ha parlato di Democrazia Partecipativa. Un suo testo sull’argomento è scaricabile gratuitamente qui.

Dei due relatori più giovani, Lucia Dal Negro, fondatrice di De-LAB, ha parlato di Inclusive Business, Innovazione Sociale e Comunicazione Etica d’Impresa. Mentre Carlo Frinolli, CEO e co-fondatore di nois3 (che si legge noiz, come rumore!) ha parlato di design collaborativo e progettazione partecipativa.

L’intento della mia partecipazione al workshop sul Design Thinking (di cui qui puoi vedere anche le slides), era mostrare cosa potesse esserci in comune fra questo approccio e l’ambito sociale, in particolare quello dei progetti di Servizio Civile Nazionale (S.C.N.). Nel mio intervento ho provato a spiegare come tutto parta dalla mia preliminare esperienza di ricercatore nel campo sociale e da una riflessione che mi ha sempre accompagnato. Durante un’etnografia sul campo, all’interno di un’inchiesta sociale, si raccoglie spesso un’enorme quantità di “dati”. Negli anni, ho sicuramente macinato chilometri per realizzare interviste in lungo e in largo ma, se le avessi trascritte su un “papiro” unico invece che in file, penso che anche questo potrebbe raggiungere qualche chilometro. Tutti quei km di pensieri, parole e dati raccolti, hanno spesso portato (o avrebbero potuto portare) riflessioni, idee, soluzioni innovative, buone prassi da potenziare. In verità, però, la responsabilità e, soprattutto, la volontà di utilizzare i risultati di una ricerca è quasi sempre esclusivamente nelle mani dei committenti. Questo è uno dei motivi principali che credo mi abbiano spinto ad appassionarmi agli approcci Human-centered: il fatto che prevedano specifiche fasi di ideazione e implementazione dei risultati e delle idee tratte dalle fasi di analisi e indagine preliminare. Ho allora mostrato come, sulla base dell’esperienza tratta da anni di ricerche nell’ambito del Servizio Civile e l’aiuto dello Human-centered Design, abbiamo ideato (all’interno del Coordinamento Provinciale di Bologna, del cui staff faccio parte) un primo strumento per provare a distribuire meglio le domande di Servizio Civile sui diversi progetti, con l’intento di ridurre al minimo la possibilità che rimangano dei posti “scoperti”. In effetti, nonostante negli ultimi anni le domande superino di almeno 5 o 6 volte i posti disponibili in ciascun bando, alcuni progetti ricevono poche candidature a fronte di progetti con molte più domande rispetto ai posti disponibili. Se in un progetto restano dei posti vuoti i fondi, ormai già stanziati, non possono essere utilizzati. Perché? Beh, essenzialmente perché un giovane (che deve avere tra i 18 e i 28 anni) può presentare domanda per un solo progetto e, se altri candidati con un punteggio superiore al suo coprono tutti i posti del progetto, la sua candidatura non può essere “utilizzata” per un altro progetto che abbia meno candidati che posti disponibili. Negli ultimi anni viene mediamente pubblicato un bando “ordinario”, che finanzia la maggior parte dei posti, a cui si aggiungono dei bandi straordinari, per un totale di circa 20 o 30 mila posti di Servizio Civile finanziati ogni anno. I giovani in servizio ricevono 433 euro (e 80 centesimi!) al mese, per un impegno di 30 ore medie a settimana. Il che significa che la spesa per un giovane, che completa l’anno di servizio in Italia (il S.C. Nazionale si può fare anche all’estero, con qualche piccola differenza, anche nel compenso) equivale a poco più di 5 mila euro. Semplificando al massimo, il conto è presto fatto. Prendiamo 30.000 giovani in servizio all’anno e moltiplichiamo per 5.000 euro. Totale: 1 milione e mezzo. Questa la spesa annua per il Servizio Civile Nazionale, istituito, sulla scia della storia dell’Obiezione di Coscienza, dalla legge n. 64 del 2001, la cui prima finalità è di “concorrere, in alternativa al servizio militare obbligatorio, alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari”.

Un milione e mezzo. Proprio come il costo, forse poco meno, di un solo Caccia F35, uno tra i più evoluti mezzi di difesa militare. Per inciso, tra le nuove “commesse previste” di F35, l’Italia si è appena impegnata ad acquistarne almeno altri 90.

Oggi, dunque, i giovani che vogliono impegnarsi in uno degli ambiti del Servizio Civile (Ambiente, Assistenza, Educazione e Promozione Culturale o Patrimonio Artistico e Culturale) possono fare una sola domanda per bando, trovandosi potenzialmente ad affrontare una selezione (obbligatoria) anche con altri 100 candidati per un progetto con pochi posti. Allo stesso tempo, diversi progetti di enti per diverse ragioni meno “visibili”, non ricevono abbastanza domande. In questo modo sono stati “persi”, dal 2001, circa 30 mila posti di Servizio Civile (quanto mediamente un’intera annualità), privando gli enti di una risorsa sempre più importante e i giovani di una concreta possibilità di crescere e maturare esperienza, nonché di una rara occasione di “testare” un potenziale ambito lavorativo. Per tornare all’argomento dell’intervento al Ferrara Sharing Festival, cosa abbiamo pensato di sperimentare per diminuire questo spreco di posti? Sulla scorta delle interviste, valutazioni, focus group e test realizzati sia con i giovani in servizio che con i referenti degli enti, abbiamo capito che avevamo bisogno di uno strumento:

-SEMPLICE. Qualunque giovane nella fascia tra i 18 e i 28 anni sarebbe dovuto essere in grado di utilizzarlo facilmente e velocemente

-ECONOMICO Possibilmente gratuito. Non ha senso spendere molto solo per un “test”

-RAPIDO. Avevamo bisogno subito di un buon numero di riscontri e di restituire ai giovani dei dati nel giro di pochi giorni, prima della chiusura del bando.

-INFORMALE. Dovevamo assolutamente evitare “formulari” asettici e formali per non generare un possibile paradossale equivoco: un giovane distratto avrebbe potuto “confonderlo” con la domanda ufficiale del S.C.

Siamo partiti allora da uno dei più semplici ed economici (gratis!) strumenti che il buon Google mette a disposizione: Google Form, creando un sondaggio rivolto ai possibili candidati, da lanciare nelle prime settimane di pubblicazione del bando di Servizio Civile, che normalmente resta aperto un mese. L’intento è raccogliere le intenzioni di candidatura e i probabili progetti scelti dai giovani per poi “restituire” loro, nella settimana prima della chiusura del bando, la “fotografia” della possibile distribuzione delle domande e dei progetti più opzionati. Fornire, ai giovani che partecipano al sondaggio, questo dato di riflessione in più per la scelta del progetto, crediamo (e speriamo) che possa contribuire a orientare in maniera più equa la distribuzione delle domande. Questo, ovviamente, solo tra Bologna e la sua provincia, cioè il territorio di riferimento del Coordinamento Provinciale di Bologna (Co.Pr.E.SC.) con cui abbiamo pensato la sperimentazione. Ma perché non essere un tantino ottimisti e pensare che, nel caso di successo, possa essere considerato anche a livello nazionale dall’Ufficio Nazionale del Servizio Civile?

Il mio intervento al FSF si è concluso con la promessa che avrei riferito dell’esito di questo strumento, che avremmo effettivamente testato durante il primo bando di Servizio Civile disponibile. Dopo circa un mese L’Ufficio Nazionale ha pubblicato il bando ordinario 2016. Come sarà andata la nostra sperimentazione? Il nostro modulo di Google, il nostro “sondaggio preventivo”, avrà contribuito a limitare il numero di “posti scoperti” in questo bando di Servizo Civile? Puoi scoprirlo in un altro articolo dedicato proprio a questo.

Prima di salutarci…una domanda. Quanto mi farà piacere sapere che condividerai questo articolo con tutti quanti potrebbero essere interessati attraverso i tuoi social preferiti che trovi qui sotto???

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