fbpx
Seleziona una pagina

In questo quarto articolo sull’Etnografia del Pensiero ci concentriamo sull’analisi del contenuto delle interviste, volta alla redazione di un report in cui argomentare proposte di possibili miglioramenti, soluzioni innovative relative all’esperienza indagata o buone prassi da potenziare. Pronti a capire come farlo? Cominciamo…

Imparare senza pensare è fatica perduta; pensare senza imparare è pericoloso.

CONFUCIO

I precedenti articoli sul modo di intendere l’Etnografia del Pensiero ci hanno portato fino ad affrontare uno dei suoi strumenti principali di “raccolta dati”, l’intervista in profondità. Per ogni inchiesta, sulla base di almeno una ventina di interviste, si ricavano fino a 200 cartelle standard dattiloscritte (carattere Times, dimensione 12). Ma che uso fare di tutto questo materiale raccolto? In effetti, esso si presta a diversi tipi di possibile utilizzo. Solo a titolo esemplificativo, possiamo citarne alcuni.

Certamente può esservi un uso a scopo documentale, per “aggiornare” lo stato delle conoscenze sulla realtà indagata o, come si dice soprattutto nel caso delle ricerche urbane, per “cartografarla”.

Lo stesso materiale può sicuramente essere utile per azioni di monitoraggio, come le cosiddette “analisi di clima”, specie nel caso di aziende ed enti privati.

Può essere utilizzato in modo proficuo come base per la creazione di soluzioni e risoluzione di problemi in tutti i metodi cosiddetti “user o human centered” (basati sugli utenti) di cui parliamo in altri articoli.

Non è da escludere neppure un possibile utilizzo in chiave artistica. In certi contesti di ricerca le interviste contengono spesso enunciati e descrizioni che rappresentano delle “perle” tali da poter ispirare pièce teatrali o “letture sceniche”, come anche fungere da supporto o stimolo per la realizzazione di mostre, esposizioni artistiche o documentari sui temi relativi alla realtà indagata.

In questo articolo ci concentriamo, però, su un utilizzo più tipico dell’Etnografia del Pensiero, che ho personalmente sperimentato per anni, quello di un’analisi del contenuto delle interviste volta alla redazione di un report in cui argomentare, oltre che gli aspetti più interessanti emersi dalle parole degli intervistati, proposte di possibili miglioramenti, soluzioni innovative relative all’esperienza indagata o buone prassi da potenziare.

In questo senso, il primo passo per iniziare l’analisi delle interviste, non può che essere la loro lettura. Non si tratta, però, di una lettura, ma di una continua lettura e rilettura del voluminoso materiale raccolto. Un’ “azione di lettura” che si può ritenere sufficiente solo quando larga parte degli enunciati viene praticamente memorizzata. Se, nell’articolo precedente, abbiamo usato spesso l’aggettivo “faticoso” parlando della realizzazione delle interviste, l’analisi del contenuto rappresenta probabilmente la fase più “complessa” e delicata di una ricerca di Etnografia del Pensiero. Rileggere, ripetere e ripensare gli enunciati tratti dalle interviste, al punto che molti di loro possano tornare alla mente senza essere letti, richiede uno sforzo mentale e una pazienza difficile da spiegare. Ma proprio questo è consigliabile fare con i testi raccolti dalle interviste etnografiche, proprio come nel caso delle poesie le quali, per essere apprezzate fino in fondo, devono essere imparate a memoria, o quasi.

Come abbiamo accennato (in questo articolo), per conoscere la realtà sociale racchiusa in ciò che dicono i soggetti incontrati, l’Etnografia del Pensiero prova a leggere e pensare i loro enunciati come un testo poetico, piuttosto che come una narrazione. Non ci si concentra tanto sulla logica discorsiva, quella che “tiene insieme” i significati delle parole, o su aspetti come la coerenza ma, piuttosto, su quanto danno da pensare le parole stesse, le frasi o i frammenti di discorsi, presi in quanto tali, nella loro “potenza significante”.

Durante questa “lettura profonda”, a seconda del lettore/ricercatore, si creano appunti, schizzi, schemi, sottolineature, possibili tracce da seguire, rimandi, richiami, collegamenti, si individuano “stralci” significativi, parole più interessanti, strane o contraddittorie. Si creano bozze, si va in giro col “malloppo” delle interviste trascritte, si cerca di rileggere gli stessi enunciati con punti di vista diversi, in momenti diversi o anche in luoghi diversi, si contano parole ricorrenti o che vengono utilizzate troppo raramente, si isolano risposte, parole, enunciati, ci si “affeziona” particolarmente ad alcuni di loro e… chi più ne ha più ne metta!

Tutto questo per cercare di individuare, nelle trascrizioni di tutte le interviste, dei “nodi”, delle “trame” interessanti sui quali basare la scrittura di un report finale.

Ma chi, più precisamente, è responsabile di questa fase di analisi e redazione del report? Fino a questo punto, nell’Etnografia del Pensiero, abbiamo visto due figure, due “protagonisti principali”, due “dimensioni soggettive” chiaramente distinte: l’intervistato e l’intervistatore/ricercatore. Il lungo lavoro di analisi del materiale fa però emergere emergente chiaramente una terza figura, una nuova dimensione soggettiva. Questa fase apre difatti un nuovo momento rispetto alla raccolta dati, alle interviste, per cui si crea una nuova dimensione soggettiva in cui agiscono componenti nuove. In effetti, un ricercatore potrebbe rivelarsi un ottimo intervistatore, ma scoprirsi pessimo nell’analisi e redazione, o viceversa. Per questo,

sebbene la maggior parte delle volte finiscano per coincidere, occorre considerare la possibilità che quanti realizzano le interviste e chi procede all’analisi e redazione del report, possano essere persone diverse.

Quantomeno sarebbe opportuno aggiungere il confronto con ulteriori ricercatori, diversi da quelli che hanno realizzato le interviste, in modo da rendere ancora più evidente l’ingresso sulla scena di una terza dimensione soggettiva. Il report finale poi, oltre ad avere una sua possibile destinazione scientifica (articoli in riviste, saggi, ecc…) deve prevedere di rivolgersi anche a una quarta dimensione soggettiva: quella dei destinatari dei risultati cognitivi della ricerca. Tra di essi vanno sicuramente contemplati anche i diretti interessati, cioè gli intervistati e chiunque si trovi in una condizione analoga (per esempio lavoratori o utenti di luoghi o esperienze simili a quelle oggetto di ricerca). È anche a loro che il rapporto d’inchiesta deve indirizzarsi, per dir loro qualcosa di significativo sulle loro parole ritenute più importanti e sulle potenzialità di miglioramento che possono scaturire dalle loro stesse parole.

Riassumendo, possiamo parlare di una “quadruplice dimensione soggettiva”, rappresentata da queste diverse figure, queste quattro soggettività:

IntervistATI: tutti quanti vengono interpellati nella ricerca e nelle interviste in particolare

IntervistATORI: i ricercatori che osservano, studiano il luogo, pensano le domande e realizzano le interviste

Autore/i del report seppure spesso corrisponda ad uno o più membri dello stesso gruppo di intervistatori 

Destinatari dei risultati: enti che commissionano la ricerca, stakeholders, esperti di scienze sociali, responsabili di politiche sociali ma anche “i diretti interessati”, cioè gli stessi intervistati e chi si trova in condizioni analoghe

Il confronto tra le parole connesse a queste quattro soggettività caratterizza tutta l’impostazione metodologica dell’Etnografia del Pensiero.

Un aspetto importante è rispettare queste differenti dimensioni soggettive, ponendo particolare attenzione nella redazione del report finale. Soprattutto, occorre evitare che, facendo il rapporto d’inchiesta, si finisca per forzare e/o trascurare le parole più significative risultate dalle interviste. Il rischio è notevole, poiché il testo finale deve presentarsi in una forma discorsiva più o meno logica, dialettica e comunicativa, mentre il suo obiettivo cruciale deve restare quello di mostrare il reale così come si presenta nelle parole degli intervistati.

Per contenere il rischio di sacrificare tali parole, a profitto del discorso che le riporta, occorre rispettare alla lettera, il più rigorosamente possibile, gli enunciati delle risposte, facendo del report finale “una composizione i cui elementi costitutivi non sono che le parole degli intervistati” – V. Romitelli, Più possibilità di vivere in Etnografia del pensiero. Ipotesi e Ricerche, Carocci, Roma 2005

Non, dunque, un testo che riporti tanto descrizioni tratte dalle interviste, o pezzi di esse, per raccontare la realtà incontrata, quanto riflessioni, considerazioni, analisi dei ricercatori che ruotino rigorosamente attorno alle parole e i concetti chiave emersi durante le interviste. Solo così si può tentare che il risultato finale sia il pensiero di un pensiero: il fatto che il ricercatore sia riuscito a pensare qualcosa di quello che gli intervistati pensano. Così, se nella maggior parte dei metodi etnografici di restituzione dei risultati si possono trovare anche lunghe citazioni da interviste (il cosiddetto virgolettato), in cui vengono anche riportati interi “discorsi” degli intervistati, in un report che segua l’Etnografia del Pensiero i virgolettati sono molto più brevi, si usano per mettere in luce soprattutto enunciati particolari, parole-chiave o, al massimo, brevi frammenti di discorsi molto evocativi. Ma sono questi ultimi a costituire l’ “ossatura”, la traccia, il fils rouge delle riflessioni di chi scrive il report.

Attraverso questo modo di procedere all’analisi e alla redazione del rapporto finale si cerca di valorizzare davvero (come diciamo fin dal primo articolo sull’Etnografia del Pensiero) le parole e il pensiero di chi vive o incontra più da vicino una determinata realtà sociale, di chi la rende possibile anche se non può prendere particolari decisioni su di essa, considerando il loro pensiero come una fonte decisiva, non marginale, per la conoscenza di una realtà sociale.

Al contempo è possibile individuare, in questo dire e in questo pensiero, delle prescrizioni, dei “consigli”, immaginare nuove soluzioni e innovazioni per il miglioramento organizzativo generale o delle politiche sociali, (e “aziendali”), relative alla realtà oggetto di ricerca ma, almeno in parte, utili per molti luoghi o esperienze analoghe.  Per cui, se sei il responsabile di un’azienda o di un ente pubblico o privato, ora sai che l’Etnografia del Pensiero potrebbe esserti molto utile. Per sapere come realizzare un’inchiesta o avere altre informazioni scrivimi nei commenti qui sotto o visita questa pagina

Con questo quarto articolo concludiamo, per il momento, la riflessione sull’Etnografia del Pensiero. Ti sarei molto grato se volessi dirmi, nei commenti, cosa ne te pare di questo approccio.

Se l’articolo ti è sembrato interessante, posso chiederti di condividere cliccando sui pulsanti dei tuoi social preferiti. Grazie mille!

P.S.: Studi Antropologia, Sociologia o materie affini? Durante il tuo corso di studi universitario non hai ancora sperimentato alcun metodo di “ricerca sul campo”? Beh.. ti sei chiesto quanto potrebbe essere complicato iniare a  lavorare senza avere nessuna pratica? Quale ente dovrebbe affidare una ricerca proprio a te? Perchè non provare con l’Etnografia del Pensiero? Ti piacerebbe PROVARE A SPERIMENTARLA NELLA PRATICA? Se vuoi dei consigli su come farlo, scrivimi nei commenti 😉

Iscriviti alla Newsletter...

Ricevi articoli od opportunità su 

Servizio civile, Esperienze internazionali e Buoni consigli su Antropologia e carriera.

In regalo L'ESTRATTO DI PARTI QUANDO VUOI,

il manuale su come partecipare gratis a

Corsi di formazione, Scambi Internazionali e Viaggi Studio 

 

Iscrizione avvenuta correttamente, grazie!

Iscriviti allaNewsletter

...e scarica subito gli estratti di Parti quando vuoi e di Superare il Colloquio di Servizio Civile!

Hai effettuato l'iscrizione! Controlla la mail.